mercoledì 26 dicembre 2018

Analisi Comparativa: TAT VIENE DALLA TRANSILVANIA - di Ag Apolloni

 (tradotto in italiano da Brunilda Ternova)        

Sulla novella “Grande è la sciagura del peccato” (alb. “E madhe është gjëma e mëkatit”), molti studiosi che hanno scritto al riguardo dopo gli anni novanta hanno cercato a tutti i costi la sua invariante. A questo proposito, tutte le ricerche hanno lasciato a desiderare, visto che a nessuno è venuto in mente di confrontare Tat Tanushi dell’Illiria con il conte Dracula della Transilvania.


AG APOLLONI


La famosa novella conosciuta con il titolo "Grande è la sciagura del peccato" e il sottotitolo "Tat Tanushi di Bubushtima" di Mitrush Kuteli è stata scritta nel 1947, esattamente 100 anni dopo la nascita dello scrittore irlandese Bram Stoker (1847), il quale cinquant’anni prima di Kuteli aveva trattato l’archetipo di Tat Tanushi nel suo romanzo “Dracula” (1897). L’opera di Kuteli è stata pubblicata per la prima volta nel 1993, anno in cui venne proiettato anche il film “Dracula” del regista Francis Ford Coppola, basato sul romanzo di Stoker. La novella di Kuteli fecce clamore nella letteratura albanese mentre il film di Coppola invase le sale cinematografiche mondiali e si aggiudicò diversi premi prestigiosi, tra cui tre premi Oscar.


Nelle ricerche intertestuali che sono state fatte a partire da Plasari, i critici di Kuteli hanno insistito sull’indagine della genesi di Tat Tanushi, cercando di vedere qualcosa nella “Apocalisse di Giovanni”, qualcos’altro nella “Canzone delle Canzoni”, in seguito nella “Genesi”, “Libro di Giobbe”, “Il Vangelo secondo Matteo”, ecc. L’invariante è stata cercata solamente nella Bibbia e, naturalmente, non è sufficiente, in quanto occorreva in primo luogo ricercarla nel folclore romeno, precisamente nel mito del Conte Dracula.

Ciò non significa che l’opera di Kuteli non ha una risonanza biblica, ma che l’eco è molto esplicito e che può essere visto anche da coloro che non sono specialisti di letteratura. L’obiettivo del ricercatore è di trovare quello che non riesce ad essere visto dal lettore comune.

Kuteli ci dà i riferimenti biblici in modo da coprire le proprie tracce, poiché, più che dai frammenti biblici che appaiono come citazioni, egli ha tratto dal mito romeno di Dracula, a prescindere dal  “chiarimento” che ci dà nelle note insistendo sul fatto che questo è un mito albanese "Elaborato dopo aver ascoltato due leggende albanesi sentite a Pogradec”.

Qui non si tratta di  Pogradec! Kuteli fa del suo meglio per non mostrare la fonte e questo suo sforzo di camuffare Dracula, ha confuso i ricercatori – i quali si sono dati da fare dietro la bibbia e il folclore albanese per trovare i legami intertestuali. La madre della novella di Kuteli è Dracula, mentre gli intertesti biblici sono dei torrenti che si inseriscono nel flusso della narrazione. 

Di conseguenza, tutte queste ricerche dell’invariante lasciano molto a desiderare, se si tralascia di prendere in considerazione l’archetipo.


Dracula – diavolo o drago

 È noto che Mitrush Kuteli studiò a Bucarest, in Romania, dove inizio a lavorare alla raccolta del folklore. Oltre agli studi di economia, si interessò in particolar modo al folclore rumeno. La figura più celebre era proprio il conte Dracula, il quale ha anche una realtà storica e proviene dalla Transilvania (parte centrale della Romania).

Il nome ‘Dracula’ deriva dalla fratellanza segreta ‘Ordine del Drago’, fondata da Sigismondo di Lussemburgo (re d’Ungheria, Croazia e Boemia, noto diversamente come il Santo Re della Romania) per sostenere il cristianesimo e per proteggere il re nella lotta contro i turchi ottomani.

Vlad II, padre di Vlad III, nel 1431 si era distinto nella lotta contro i turchi, quindi aveva vinto il titolo di Dracula e come sovrano di Valacchia aveva inciso nella moneta il simbolo del drago. La parola ‘Dracula’ aveva il significato di “Figlio del Drago”, ma Vlad III era così sanguinario che, più tardi, si ipotizzò che il nome di Dracula derivasse dalla parola ‘Diavolo’, etimo che supporta anche Stoker. Così, il Dracula che conosciamo oggi è proprio Vlad III, che durante i sei anni di governo (1456-1462) aveva ucciso e impalato circa quarantamila europei “inutili per l’umanità”, e oltre cento mila musulmani turchi. Omicidi commessi con la motivazione di proteggere la patria, e soprattutto il cristianesimo.

I romeni stentavano a credere alla sua morte, perché credevano che un uomo malvagio non potesse  morire. Quindi, è da qui che abbiamo il mito di Dracula. Troviamo, inoltre, nel folclore romeno che Dracula amava moltissimo la moglie Elisabetta, così dopo la sua morte smise di credere in Dio e venne per questo trasformato in un “vampiro”.

Kuteli, da esperto di folklore, di certo conosceva questa “narrazione”, poiché essa emerge come la madre della novella di Tat. Naturalmente è molto probabile che  Kuteli sia tornato in Albania insieme a Dracula.


Dracula e Tat


Kuteli ha portato Dracula in Albania. Questa dichiarazione è il risultato dell’approccio comparativo. Il rapporto intertestuale tra Dracula della Transilvania e Tat dell’Illiria è inevitabile. Si può dire senza tema di smentita che Tat Tanushi è semplicemente un Dracula ri-contestualizzato, albanesizzato e ritoccato. Diamo un’occhiata ad una serie di punti d’incontro per esserne convinti.

1. Tat è servo devoto di Cristo, così come Dracula, il quale fa tutte le guerre per proteggere la religione cristiana;
2. Tat ama alla follia Noemi, portandola dalla “Galilea di Judea” ad Apollonia, così come Dracula aveva portato Elisabetta dall’Ungheria alla Romania;
3. Noemi è molto bella, perciò Tat gli mette il nome Kalie (gr. Kalos - bellezza). Allo stesso modo Elisabetta “era bella come il sole”;

4. La morte di Kalie fu il motivo per cui Tat smise di obbedire al Signore. La morte di Elisabetta divenne motivo anche per Dracula di non obbedire più a Dio;

5. Dopo il peccato di disobbedienza, Dio condanna Tat con la vita, cioè lo rende immortale. Allo stesso modo agisce con Dracula, rendendolo immortale (Vampiro);
6. Tat vaga nel mondo e nei secoli, ma non riesce a trovare pace da nessuna parte. Anche Dracula vaga dappertutto per secoli, ma non riesce a trovare pace in nessun luogo;

7. Dopo qualche secolo, Tat si pente e muore nella chiesa in cui aveva peccato. Anche Dracula, in alcune versioni, muore (lo uccidono), trova quindi la pace nella chiesa dove aveva peccato. Non solo, il racconto autobiografico dei secoli di vita di questi personaggi e le modalità delle loro morti, sono elementi altrettanto compatibili tra di loro.


Ecco come Kuteli ci descrive lo stupore di coloro che ascoltano la storia di Tat:

“Monsignor Nikanori continuò a parlare: - Lo strano caso di Anania lo ha scritto in un libro il grande metropolita Pamfili, che dorme con Dio oggi e duecento anni fa. Il suo libro lo trovi…/ Tat Tanushi disse: - Ho sentito il metropolita Panfili, in una messa alla santa chiesa di San Simone, dove c’è la vite che emerge dalla sua tomba. Infatti la sua parola era saggia e la sua voce era gentile. / - Lo hai letto ma non sentito figlio mio. Lui è morto prima che tu nascesti.”


Mentre Stoker scrive: “Abbiamo parlato a lungo. Io e il conte. Gli ho fatto qualche domanda sulla storia della Transilvania e l’argomento lo ha attratto. Mi ha colpito il fatto che parlava riguardo tanti eventi che erano accaduti molto tempo fa, secoli e secoli fa come se lui fosse stato lì e li avesse visti con i suoi occhi, di persona”.


Anche la morte di queste due figure immortali è simile. Una volta liberati dalla maledizione, Tat e Dracula muoiono e diventano polvere. Kuteli descrive così la morte di Tat: “Poi, lentamente Tat Tanushi si sciolse davanti agli occhi di tutti riducendosi ad un pugno di cenere d’innanzi alla porta santa”.

Allo stesso modo Stoker aveva descritto la morte di Dracula: “Miracolo! Davanti ai nostri occhi, il corpo del Conte Dracula divenne polvere e cenere. Ma io sono sicuro, di aver visto un’espressione di pace sul suo volto”.
Non si deve escludere la possibilità che Kuteli, oltre al folklore romeno, abbia conosciuto anche il lavoro di Bram Stoker, il quale aveva visitato il castello di Dracula in Romania prima di scrivere quel “Dracula” che trovò tanta diffusione nel resto del mondo.

E per sfuggire al modello di Stoker, che inserisce Dracula nella Londra del XIX secolo, Kuteli riporta il suo Dracula diversi secoli addietro.


Il Signore o la moglie

La novella di Kuteli e il romanzo di Stoker sono due “storie d’amore”. Libri di letteratura con una morale religiosa. Nella novella di Kuteli ciò risalta anche dal titolo. “Grande è la sciagura del peccato” è una formulazione di retorica religiosa che è essenzialmente l’imposizione della morale. Il titolo si articola come una constatazione e avverte che tutto ciò che verrà detto nella novella sarà la prova della formulazione assiomatica posta in calce al testo. Tutto il testo della novella funziona come espansione illustrativa del titolo. Grande è la sciagura del peccato!

Se non siete d’accordo, afferma ipoteticamente l’autore, leggete questo libro, dove  viene preso ad esempio il sacerdote ortodosso illiro, Tat Tanushi, poiché tramite esso si dà la prova del peccato, al seguito della sua grande sventura.


La logica della retorica religiosa impone che le constatazioni etiche vengano provate davanti all’auditorium (ascoltatori o lettori), e vengano impresse nel cuore e nella mente attraverso esempi, il che significa che l’idea viene sciolta nella figura.
Dracula, come uomo reale, era vissuto nel XV secolo e fu spietato contro i turchi. Il Dracula del mito romeno viene descritto come un uomo che ha amato Dio, ma non tanto quanto amava la moglie. Il Dracula di Bram Stoker è solo un vampiro che vive succhiando il sangue delle donne cui mordeva il collo. Così, Bram Stoker non dà una motivazione per la trasformazione del Dracula-uomo in Dracula-vampiro, occupandosi solamente delle conseguenze e dimenticando le cause. Questa cosa non succede al Dracula del film di Coppola, dove l’amore di Dracula non viene mostrato solamente nel prologo ma anche durante tutto il corso del film poiché la preda che insegue assomiglia alla moglie.

Pertanto, “Dracula” del 1993 è la versione migliore della storia del Conte Dracula. Pur descritto come un essere che non si riflette nello specchio e non fa ombra sulla terra, possiamo dire che al momento della sua uscita abbia trovato riflesso nella letteratura albanese e abbia fatto da ombra a molti personaggi di questa letteratura.

In definitiva si può dire che Tat è il volto di Dracula al di là del vetro dello specchio. Entrambi sono credenti devoti, che amano il Signore e la moglie. Il loro amore è orizzontale (in relazione con la moglie) e verticale (in relazione con Dio). A Dio non piace sopportare la parità con la moglie e perde (per qualche secolo) l’amore di questi credenti, dal momento che essi amano molto di più le loro donne. Tat e Dracula credono di più nell’amore che in Dio.

giovedì 4 ottobre 2018

Il Piccolo-Pensiero dell’Uomo Produttivo (racconto)


Il Piccolo-Pensiero dell’Uomo Produttivo
(racconto) 
 
Gli attori sono dentro ognuno di noi. Uno si chiama “Ideale” (d’ora in poi “I”), ed è la parte idealista e spirituale che elabora gli impulsi emotivi che risuonano al nostro interno sotto determinati stimoli sociali. L’altro si chiama Cattivo Senso Pratico – spesso Comune Senso Pratico – (d’ora in poi “CSP”), ed è la parte opportunista che pensa ad acquisire le posizioni più facilmente difendibili nei vari ambiti dell’agire sociale.
Discutono sempre – sempre con rispetto, quasi a distanza – dentro ciascuno di noi su temi quali famiglia, studi e formazione, informazione, lavoro, diritti civili, società ed economia, politica, senso delle istituzioni. In realtà, sarebbe bene che I e CSP si guardassero bene in faccia e che arrivassero ad ammettere ciascuno i propri limiti. Il premio è qui e là contemporaneamente: quella soluzione per la propria vita che per ora sfugge (“visti i tempi…”, direbbe I).


I: Ecco. Torno a casa stanco e putrefatto. Un’altra giornata di lavoro. Ho fatto questo, ho detto quello. Sinceramente ho in odio molti dei miei colleghi, e li ritengo ignoranti. Sarò anche una come tutti, ma è una questione di mesi, forse anni… Insomma, merito di più, non sono poi una qualunque e ignorante e che diamine… Tutti viscidi dietro i loro superiori. E che cosa sprigionano mai i loro neuroni tutto il giorno, tutti i giorni?… Modi diversi di fregare l’altro.

CSP: Statti buono. Hai uno stipendio? Hai i contributi pagati? Puoi addirittura scherzare con i capi. Di che ti lamenti. E poi essere un impiegato non è poi così male di questi tempi. Se guardi a come se la passano molti altri. Tu ti puoi permettere molti prodotti in comode rate, persino un monolocale. E non prendertela se sono “solo” 60 mq. Pensa a questo: “E gli altri? Quelli che stanno peggio di me?”.

I: Faccio un lavoro molto al di sotto delle mie possibilità. Sono molto più creativo, ma il sistema non è fatto perché io mi inserisca nelle dinamiche di una azienda in termini creativi. Per questo nutro dai tempi della laurea un sottile senso di alienazione, dapprima strisciante e poi sempre più parte della mia spina dorsale, sempre più un rumore di fondo delle mie giornate.

CSP: Forse sei tu che non reggi bene il gioco. Forse non vuoi integrarti e preferisci l’autocommiserazione. Preferisci dare 70 e poi lamentarti se le persone non riconoscono in te una persona che dà 100. Preferisci essere vittima, piuttosto che esporti veramente. Il sistema c’è e ci sei dentro. Tu sei solo meno consapevole e degli altri e preferisci un alibi alla dura fatica della competizione. Tu non desideri emergere come risorsa preziosa all’azienda, ti lamenti come se fosse colpa degli altri.

I: Sto cercando di reggere. Di fare di necessità virtù. Di convincermi che in fondo le persone che mi circondano ogni giorno hanno aspetti interiori interessanti che varrebbe la pena di indagare. Insomma, ci ho provato. Ma l’essere umano non è nato per strisciare sotto altri esseri umani. Cosa mi interessa di più? Il mio compagno, i miei figli, i rapporti con le persone a cui voglio bene. Una vita sana e regolare, una vita dove non ho bisogno di stordirmi per non pensare a quanto mi hanno fatto lavorare oggi. Mi hanno fatto fare cose inutili. Sono un essere che trascura un sano rapporto con sé, con gli altri, con la natura, con lo sport, per fare cose inutili. Intendo dire “socialmente” inutili, al di là del fatto che possano piacere o meno. Come si può definire il “marketing” dei beni di consumo  un’attività socialmente utile? Per non parlare dei retroscena in merito alla “produzione”. Viene massicciamente sfruttato il lavoro in aree “delicate” dal punto di vista dei diritti dei minori e dei lavoratori (quali Vietnam, Cambogia, Cina). E qui, in questa società, nessuno si è mai chiesto a voce alta nulla di nulla. Producono, dicono. Che cosa dire della sostenibilità ecologica delle loro scelte industriali o di quelle dei loro partners? Qui non si dice nulla di nulla, nessuno sa. Nessuno vuole dire. Di sicuro i prodotti semilavorati devono percorrere mezzo globo prima di terminare il loro ciclo produttivo ed entrare negli scaffali dell’altra metà del globo. Idem, la stessa cosa si può dire per il traffico degli esseri umani: “bestiame” di compra-vendita per arricchire le transnazionali e le pseudo ONG!

CSP: Tu scherzi e fai anche un po’ il furbo. Buona questa retorica. Conosco persone che hanno lavorato seriamente in contesti come il tuo. Hanno praticato con costanza una attività motoria e coltivato altri interessi. Ad esempio: la lettura. Tu con la scusa che sei stanca ed alienata hai persino smesso di leggere i libri, interi scaffali in casa tua di romanzi che sai bene quanto ti hanno segnato. E ora, così d’un tratto, hai smesso di andare in libreria. Hai smesso di frequentare sale da concerto. Hai smesso di vivere la vita intensa di quando eri giovane e studentessa. Che ti succede? Non starai invecchiando? Cosa dici al tuo prossimo quando lo trascuri: colpa dell’alienazione dell’uomo moderno?

I: Occorre fare qualcosa. So che occorre reagire. So che non potrei ottenere alcun cambiamento se continuassi con questa routine. Occorre che esca un po’ fuori dal mio Io. Che mi guardi dall’alto e mi riconosca per quello che sono ora.

CSP: Seeh. Certo. Esci un po’ da te stessa, ma poi rientra mi raccomando. Perché fuori fa freddo. E poi senza busta-paga non si va proprio da nessuna parte. La vedi quella fiat che sta qui sotto, quella “bella” punto di una volta? Ce l’hai ancora per gentile concessione della tua azienda. Sai no, il bollo auto, l’rc auto, le revisioni?

I: È necessario che come me la pensino un mucchio di altre persone. Ho un certo slancio verso il prossimo. Mi piacerebbe… Anzi forse è l’unica strada…

CSP: Con i “mi piacerebbe” e i “forse magari” non si va da nessuna parte. Ma non l’hai ancora capito? Sono cose che ti insegnano da piccoli. Ci sono altre priorità nella tua vita, e rassegnati serenamente al fatto che non tutto quello che fai, che dici, che vuoi, può derivare unicamente da te stesso. Nel tuo stato attuale. Devi prima crescere molto. E poi, non vedi, le persone intorno a te pensano di meno e producono di più A quest’ora avresti già maturato un’altra mezz’ora buona di straordinario…!

I: Sì. Occorre essere una rete. Ora sai che faccio? Mollo questo lavoro. Lo mollo sì. Devo agire, ho pensato abbastanza. E poi, posso farcela. Sono anni che fatico dietro i computer e voglio seguire certe mie idee che hanno certi risvolti pratici. Mi potrò mantenere.  Ecco, sono già più viva.

CSP: Non sottovalutare quello a cui andrai incontro.

I: Passata questa mia prima fase, che so di non potere condividere con nessuno, mi rivolgerò a loro. A questi giovani confusi. Senza più contatto con la propria vera natura. Senza più dubbi e senza più idee. Senza più ideali, forse. E dirò loro: “licenziatevi, facciamo tutti quanti qualcosa insieme”.

CSP: Seeh. Certo. E loro cosa ti aspetti che ti dicano. Tu come ti mantieni?  Loro, come ti aspetti che si dovrebbero mantenere?

I: Se scomponiamo la questione in tanti piccoli passi. Insomma, io ho delle idee fattibili. Poi, certo, se anche qualcun altro si unisse a questo sentire e ne facesse un progetto e un processo più organico… Titolo: nuova imprenditoria giovanile. Che significa? Primo: trovare i finanziatori. Possono essere i fondi comunitari, le iniziative regionali, possono essere le iniziative private. Il primo passo è quello di fondare una fabbrica che costruisce dei progetti approvabili e finanziabili da almeno una di queste due forze. A questo lavorerebbero commercialisti e avvocati, oltre ad insiders della pubblica amministrazione, che sposano volontaristicamente le ragioni di questa iniziativa. Una rete di giovani a livello nazionale, organizzata in sotto-unità territoriali fino al livello comunale. Con una discreta massa critica sarebbe possibile unire insieme le persone che sposano uno stesso progetto. Dotarle degli strumenti necessari al fund raising. Metterne in pista le idee in modo che possano creare impresa. Con una discreta massa critica, si farebbero vivi anche i capitalisti di ventura. Quelli che decenni fa negli usa finanziavano giovani promesse dell’informatica e delle tecnologie applicate. Da quell’onda crebbe la silicon valley e si confermò reale il cosiddetto “sogno americano”. Con una discreta massa critica, il processo raggiungerebbe presto una visibilità e una capacità di attrarre tali da divenire il nuovo efficiente modello imprenditoriale. Gli effetti benefici si vedrebbero anche nella ricerca, a cui questa nuova imprenditoria attingerebbe slegando parte di questo potenziale di progresso dalle attuali mani delle corporations. Le idee potrebbero essere incentivate a prescindere dall’immediato ritorno economico, risponderebbero ai reali bisogni tecnici e tecnologici della società e molte sarebbero focalizzate sulle ecotecniche e sulle ecotecnologie. Auspicabile davvero sarebbe anche un ritorno alla produzione agraria in un’ottica antica e consorziale, di rispetto dei tempi e delle risorse, di trasparenza assoluta e di filiera più che corta, direi “diretta”. In questa società ideale c’è posto per tutti, immigrati certamente compresi. Il primo passo, però, lo dobbiamo fare tutti insieme.

CSP: Ah, dunque! Ricapitolando tu vorresti fondare un nuovo sistema economico, così. Dal basso. Certo, certo. E puoi contare solo sul tuo tempo libero. E poi, certo, fai affidamento sulla rete, la rete delle reti: internet. Perché, giustamente, sai che la rete è l’organismo cognitivo più adattabile e più efficiente, in tutti i campi. Ma pensare di applicare questo modello ovunque è un bel sogno. E quanto tempo varrebbe la pena di spenderci sopra? Ci hai pensato? Quante idee, molto meno bizzarre della tua, vengono abbandonate per presa definitiva di coscienza sulla loro reale impossibilità?

I: Posso contare anche su un bel mucchio di movimenti di giovani come me, movimenti di cui non mi va di fare il nome qui, che iniziano ad essere presenti in contesti politici territoriali in maniera molto attiva. Occorre farsi conoscere da tutte queste forze che condividono almeno il 50% dei nostri ideali sociali.

CSP: Per ora in quanti siete a pensarla così?

I: Per ora… solo io. Ma è chiaro, le cose hanno un inizio, oltre che uno svolgimento e una fine!

CSP: Hai pensato da dove partire? Del resto pensare, solo quello, è il tuo forte, no?

I: Per ora so che occorre uscire da questo guscio informatico. Occorre fondare dei gruppi d’incontro (non so chiamarli diversamente, con essi intendo banalmente dei punti fisici in cui riunirsi). Occorre ancora vagliare tutte le possibilità organicamente, legandole allo specifico territorio (comunale, provinciale, regionale, nazionale…). Occorre trovare soci specialisti in ambito commerciale e legale, assimilare gli infiltrati, rubare i burocrati insomma dalle mani del sistema per farne collaboratori disinteressati. Con essi occorre fondare piani d’azione sostenibili alla luce di quello che si può creare il prima possibile e nei modi più semplici possibili. È chiaro che all’inizio lo sforzo sarà maggiore e i finanziamenti saranno davvero troppo difficili e dosati…

CSP: Beh, ora che fai, ti limiti in un bieco realismo? Guarda che il realista qui sono io?

I: Infatti, Comune Senso Pratico! Di te ne ho abbastanza!


giovedì 26 luglio 2018

È uscito in vendita il mio primo libro di poesie in lingua italiana.


My first book of poems in Italian language has been released for sale. /
Ka dale ne shitje permbledhja e pare me poezite e mia ne gjuhen italiane
 https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/420417/the-shape-of-you-2/

sabato 7 luglio 2018

I'm looking for sponsors for the publication of my first novel "The Society of Insects". I thank everyone in advance for any contribution they can offer. 
https://www.paypal.com/pools/c/85W4cuT7Es

lunedì 23 aprile 2018

"The Wonder" by Brunilda Ternova (2014)

"The Wonder" by Brunilda Ternova (2014)  - realized with tempera colors.
The talent, says Schopenhauer, is like a shooter who hits a target that others can not grasp, while the genius is like a shooter who hits a target that others do not even see. Talent and genius are not just about the artistic or scientific field, they represent an attitude to life and outline our approach to things. 

sabato 31 marzo 2018

“Aurora Borealis” by Brunilda Ternova (2017)

“Aurora Borealis” by Brunilda Ternova (2017) - realized with tempera colors.
“Morning is due to all,
To some the Night,
To an imperial few,
The Auroral light.”
( Poetry by Emily Dickinson)


lunedì 19 marzo 2018

"The Shape of You" by Brunilda Ternova (2016)

"The Shape of You" by Brunilda Ternova (2016) - realized with tempera colors...
***
"Unable to perceive the shape of You, I find You all around me. Your presence fills my eyes with Your love, It humbles my heart, for You are everywhere..."


martedì 27 febbraio 2018

“The dreamer” by Brunilda Ternova, 2010 (made with tempera colors).


“The dreamer” by Brunilda Ternova, 2010 (made with tempera colors).
My artistic skills are not limited to writing and poetry but are also expressed in the field of painting. Unfortunately, at the age of 6 for the first time in my life (and not the last) I found myself facing the harsh and raw reality of life under the dictatorship. Coming from a persecuted family during the regime, I was denied the right to pursue the Art School where I could further develop my artistic talents. A six-year-old girl who was helplessly facing the ruthless mechanism of an absurd and disruptive dictatorship implemented by cruel and unconscious people. Conditioned and deprived from an early age to cultivate my talents I went forward in life among a thousand difficulties following a different choice from what I wanted ... but anyway, even in my own way I never stopped dealing with art and trying to recover what was denied me unfairly… With this painting, I wanted to illustrate the idea that we must free ourselves from existential ignorance and rediscover in ourselves the deepest meaning of our existence. We need to overcome every false belief, whether scientific or religious, and return to deal directly with the great mystery of life. 


mercoledì 14 febbraio 2018

"Albanian woman in costume" - german postcard, year unknown. Serial nr. 16365


"Albanian woman in costume" - german postcard, year unknown. Serial nr. 16365. ///
"Grua shqiptare në kostum" - kartolinë gjermane, vit i panjohur, nr. i serisë 16365.
Source/ Burimi: http://www.akpool.de/ansichtskarten/26533806-kuenstler-ansichtskarte-postkarte-albanerin-in-tracht-portrait-kopftuch