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giovedì 11 marzo 2010

Scanderbeg, il re guerriero dell'Albania.

di Brunilda Ternova


"Il destino di un uomo è diventato una lotta epica per la libertà delle nazioni, la gloria ha un prezzo terribile."

Il film-documentario "Scanderbeg - Il re guerriero dell'Albania" (ingl. "Scanderbeg -Warrior King of Albania") ricostruisce il ritratto dell’eroe nazionale albanese Gjergj Kastrioti Scanderbeg, basato principalmente sull’opera “Historia de vita et gestis Skanderbegi, epirotarvm principis” scritta tra il 1508 e il 1510 dal monaco albanese Marin Barleti.


Per rievocare la storia di quell’epoca, sono stati inclusi una serie di materiali e interviste con un panel di storici albanesi e stranieri esperti del tardo medioevo. Scritto da Nua Gjelaj e con la regia di Nick Gjonaj, l’anteprima del film-documentario è stata proiettata a New York, l’11 febbraio del 2007. I due si sono conosciuti casualmente nel 2002, grazie ad un dipinto di Scanderbeg, realizzato e messo in vendita da Gjelaj e acquistato da Gjonaj. Dopo vari incontri in cui discussero dei loro comuni interessi culturali e dell’ammirazione personale che avevano per la figura di Scanderbeg, si sono impegnati per cinque anni consecutivi nella realizzazione di questo documentario.

I coproduttori del documentario
Nick GjonajIl progetto inizialmente era nato come un’iniziativa personale di Gjonaj e Gjelaj che decisero di fondare “Illyria Entertainment Group” con lo scopo di promuovere la cultura albanese. Dopo un po’, a causa della mancanza di fondi si sono rivolti alle associazioni albanesi negli Stati d’Uniti che non erano disposte a sostenerli oppure non avevano i mezzi per farlo. Ma il tam tam è stato d’aiuto. Molti cittadini americani di origine albanese, desiderosi di vedere realizzato il loro progetto, li contattano via e-mail per contribuire finanziariamente. Durante questo periodo, entra in scena anche la produttrice esecutiva del documentario Tringa Gojcaj, agente immobiliare, fornendo l’aiuto finanziario che ha dato una grande spinta in avanti al progetto. “Quando ho incontrato Nik e Nua, ho visto che i due giovani erano finiti in un vicolo cieco su un progetto nel quale avevano messo tutto il loro cuore. Noi non abbiamo fatto tutto questo per diventare ricchi, ma pensiamo davvero che questa storia sia immensamente importante e che debba essere raccontata.”, ricorda Gojcaj del suo incontro con i due produttori.


Sono le radici alla base del loro progetto. Il regista Nik Gjonaj, discendente di una famiglia di emigranti albanesi di Detroit, innamorato del cinema e del patrimonio culturale albanese, da tempo aveva voluto realizzare un film su Scanderbeg. “Gjergj Kastrioti è l’Albania e l’Albania è Gjergj Kastrioti. Egli è l’essenza di ciò che gli albanesi vogliono: la libertà e l’onore. Ero molto interessato a catturare gli elementi mitologici e quelli umani di questo uomo leggendario. Sapevamo che era un grande soldato, ma abbiamo voluto guardare anche alle altre dimensioni della sua vita, per avere un ritratto solido del mito e della leggenda.”, racconta Gjonaj in merito al documentario.


Invece Nua Gjelaj ne svela il messaggio di fondo del loro documentario: “L’idea della lotta perdente contro un potere schiacciante dimostra che la gente è predisposta a resistere, poiché è meglio avere un proprio malgoverno che un invasore straniero benigno. Ed è proprio questo il messaggio che incarna l’idea del film, cioè, che nessuno può imporre le proprie convinzioni agli altri in merito a come dovrebbero vivere. Non si può riscrivere la storia, ma è possibile almeno imparare da essa.”

Gjelaj è un emigrato di prima generazione. Nato nell’ex Jugoslavia ed emigrato negli Stati Uniti nel 1972, prima a New York e poi nel Michigan, dove risiede attualmente, si è laureato presso la Wayne State University dove ha terminato anche il Master in Storia sul periodo tardo-medievale dell’Europa orientale. Gjelaj, sceneggiatore e direttore artistico del documentario, si è documentato negli archivi storici, visionando documenti albanesi e stranieri sull’eroe per stendere la sceneggiatura. Insieme a Katerina Boçi, si è occupato anche del design e della preparazione dei costumi, elmi, spade, abiti, e comportamento dei personaggi, un’altra sfida difficile da affrontare.

I coproduttori hanno a cuore la trasformazione del documentario “Scanderbeg - Il Re Guerriero dell’Albania” in un vero e proprio film a lungo metraggio. Il loro obiettivo è quello di firmare un contratto con una grande casa produttrice hollywoodiana per la realizzazione. Nel frattempo, stanno lavorando su un nuovo progetto: il documentario “Illiria” che si occuperà in particolare dell’evoluzione della cultura e della storia illirica in una prospettiva diversa. Questo progetto vuol essere una documentazione importante del contributo degli illirici alla civiltà europea e occidentale, prima della caduta della Grecia antica e della nascita di Roma.

I premi ricevuti
I due premi prestigiosi vinti dalla casa produttrice ‘Illyria Entertainment Group’ nella sezione documentari di due concorsi internazionali, tra migliaia di altri film, hanno fatto sì che i due produttori godessero ulteriormente i frutti del loro lavoro. L’opera è stata valutata come il miglior documentario storico-biografico al “The Telly Awards” vincendo il Premio d’Argento tra altre 18 mila realizzazioni, invece al “International Davery Award” ha vinto il Premio d’Oro tra altri 15 mila.

E’ un film-documentario che ha cercato modestamente di colmare il vuoto che dilaga nella filmografia albanese riguardo la figura del nostro eroe nazionale, evocando la storia del popolo albanese. Ricordiamo che il primo e l’unico colossal realizzato sulla sua figura è quello intitolato "Il Grande Guerriero Scanderbeg" (ingl. “The Great Warrior Skanderbeg”) del 1953 in collaborazione con il regista sovietico Sergei Yutkevich, premiato anche al Festival di Cannes.

Il cast
Gjonaj e Gjelaj si sono avvalsi di un cast di giovani e talentuosi attori. Anton Gojcaj interpreta Scanderbeg, Iliriana Sinishtaj, sua moglie Donika Kastrioti, invece nei panni del monaco albanese Marin Barleti troviamo Zef Lulgjuraj. Altri interpreti sono Tom Ivanaj, Mirash Gjelaj, Mario Malotaj, Gjergj Micakaj, Luke Micakaj, ecc. Le riprese sono state effettuate a Michigan, Londra, Vienna, Albania, Kosova, e Roma.


Il panel di storici
Gli eventi storici dell’epoca e la figura di Scanderbeg vengono ricostruito grazie agli interventi di un panel ricco di storici albanesi e stranieri quali Dott. David Nicolle – Nottingham University, Dott. Musa Ahmeti – Studioso degli Archivi Segreti del Vaticano, Kenneth Walters – Wayne State University, Jahja Drancolli – Professore di Storia all’Universita di Prishtina in Kosova, Dott. Isa Blumi – New York University, Kristo Frasheri – Professore di Storia all’Università di Tirana, Oliver Schmitt – Vienna University, David Abulafia – Professore di Storia Mediterranea al Cambridge University.

Breve analisi illustrativa
Il rafforzamento dei signori feudali e dei principi albanesi, come risultato di un lungo e doloroso processo di sviluppo politico-sociale ed economico-culturale iniziato nel IX secolo, portò alla formazione di diversi principati feudali in diverse regioni dell’Albania etnica. La posizione geografica dell’Albania, situata tra l’oriente bizantino e l’occidente cattolico, fece dividere gli albanesi in due credi religiosi: a nord i cattolici e a sud gli ortodossi cristiani. Come se non bastasse gli stessi principi feudali albanesi lottavano tra di loro per allargare le terre e il dominio sugli altri principati più deboli.

La situazione dei principati albanesi si complicò ulteriormente dalle interferenze della Repubblica di Venezia e dell’Impero Ottomano che si rilevarono devastanti per le loro sorti. Nelle civiltà in conflitto fra Oriente e Occidente, comincia a profilarsi sull’orizzonte orientale il piano di un impero islamico universale. Senza pietà l’Impero Ottomano divorava popoli e nazioni, allargando tra il 1300 e il 1481 le sue conquiste tramite guerre, alleanze e invasioni. Tutto grazie anche al crollo e alla degenerazione del sistema culturale e militare bizantino che aveva perso ormai l’influenza di un tempo.

Una delle figure importanti tra i principi albanesi più potenti in quell’epoca, era Gjon Kastrioti - Principe di Kruja e di Mati, al quale nel 1423 gli ottomani presero in ostaggio i quattro figli. Tra loro anche Gjergj Kastrioti Scanderbeg nato nel 1405. Strappato dalla sua famiglia e dal suo paese, il giovane principe fu trascinato nel palazzo del Sultano dove sarà destinato a diventare il comandante più brillante del suo tempo. Spogliato del suo nome albanese e costretto ad accettare l’islam, il sultano Murad II darà a Gjergj Kastrioti il titolo ‘Scanderbeg’ in onore di Alessandro Magno della Macedonia (Emathia) come indice chiaro dell’antico rapporto etnico-linguistico che legava le due figure. In lingua turca ‘Iscander’ vuol dire ‘Alessandro’ e ‘Bey’ vuol dire ‘Principe’.

Gli storici antichi ci hanno lasciato documenti che dimostrano che Alessandro Magno era il figlio del re macedone Filippo II e di Olimpia, una principessa illirica figlia del re dell’Epiro Neoptolemi I. Come testimone di questo antico legame riportiamo una significativa citazione della corrispondenza tra Scanderbeg e il Principe di Taranto, estratto da “I turchi e la storia di Scanderbeg” dello scrittore del XV secolo, Pagnel:

“…avete offeso il mio popolo chiamandolo ‘pecore Albanesi’ e secondo la vostra tradizione pensate a noi in termini offensivi.
Voi avete dimostrato di non avere alcuna conoscenza della mia razza. I miei avi erano Epirioti, da dove proveniva Pirro, la cui forza a stento poteva essere sopportata dai romani. Questo Pirro, che Taranto e molti altri paesi d’Italia appoggiarono con l’esercito. Non ho bisogno di parlare degli Epirioti. Loro sono uomini molto più forti dei tuoi tarantini, una specie di uomini umidi nati solo per pescare. Se si vuole dire che l’Albania sia una parte della Macedonia, io posso concedere che molti dei nostri antenati erano nobili che si spinsero fino in India, sotto il comando di Alessandro Magno sconfiggendo quei popoli. È da questi uomini che discendono quelli che tu chiami ‘pecore’. Ma la natura delle cose non è cambiata. Perché i tuoi uomini fuggono davanti a queste ‘pecore’?”.

Per non parlare dell’elmo che porta in sé il simbolo pelasgico della capra Amaltea (che secondo il mito aveva nutrito con il suo latte Zeus da bambino), e la incisione * IN * PE * RA * TO * RE BT * (Jhezus Nazarenus * Principi Emathie * Regi Albaniae * Terrori Osmanorum * Regi Epirotarum * Benedictat Te) che si traduce ‘Jezus di Nazareth benedice il Principe di Emathia, Re d’Albania, Terrore degli Ottomani, Re dell’Epiro’. È importante capire che nel medioevo l’etnicita ‘macedone’ ed ‘epiriota’ era sinonimo di ‘albanese’ secondo gli studiosi.

Nel suo intervento al documentario, il Prof. Jahja Drancolli evidenzia il fatto che Scanderbeg fu preso ostaggio già in età adulta quando la sua personalità e identità era ben formata, sottolineando che in realtà furono le sue capacità strategico-militari ad essere copiate dal sistema militare dell’Impero Ottomano e non il contrario. Questo aspetto emerge fin dall’inizio del documentario dal Prof. David Nicolle, il quale sostiene che gli ottomani copiarono molte cose dai paesi che occuparono incluso l’abbigliamento, le tradizioni, la cultura, e anche le strategie combattive militari.

Ecco perché la più potente macchina politico-militare del mondo di quel tempo non fu capace di sottomettere gli albanesi né con la forza, né con la quantità dei soldati inviati, né con la tattica militare, né con la tecnologia o con il denaro. Non solo, ma durante quei 25 anni di resistenza armata, l’Impero Ottomano è stato sconfitto in modo determinante e continuo, dimostrando che le qualità intellettuali, politiche, militari, e, soprattutto quelli morali e civili degli Albanesi erano sotto ogni aspetto superiori rispetto alla preparazione standard dell’Impero.


La società albanese del XV secolo possedeva già la qualità principale che dovrebbe avere una comunità per costruire una Nazione e uno Stato: la consapevolezza di chi erano, la conoscenza delle loro antichissime radici illiro-pelasgiche e di conseguenza la connessione con il loro passato. Tutto ciò era il risultato di un lungo processo che avrebbe avuto inizio già prima della creazione del Principato di Arbëri nel XIII secolo. In questo contesto le intenzioni di Scanderbeg non erano solo quelle di creare uno stato albanese alla periferia dell’Impero Ottomano, ma di distruggere l’impero stesso, per formare poi il Regno dell’Albania nei Balcani occidentali, ravvivando i gloriosi tempi di Pirro, Re dell’Epiro, e di Giustiniano, Imperatore di Bisanzio, dei quali era discendente a tutti gli effetti.

Scanderbeg creò la prima Lega Nazionale Albanese nel 1444 a Lezha, con lo scopo di unire tutti i territori albanesi in un unico stato nazionale basato sull’eredità etno-linguistica che li accomunava, diversamente dagli altri paesi balcanici che nei secoli addietro per la creazione dei loro stati si basarono sulla religione. Come specifica giustamente il Prof. Kristo Frasheri, il pilastro portante in cui si colloca tutta la resistenza albanese era il fatto incontestabile che gli Albanesi erano consapevoli di essere una Nazione già ben formata, molto tempo prima dell’arrivo degli ottomani nei Balcani. Altrimenti non saremmo mai stati in grado di affrontare l’invasione ottomana e di contrastare a lungo l’assimilazione.


La resistenza di Scanderbeg ebbe grande risonanza in Occidente, là dove si aspirava a un grande eroe trionfante nella lotta per la sopravvivenza contro l’Impero Ottomano. Infatti i documenti degli archivi, i giudizi dei suoi contemporanei come i Papi di Roma o le famiglie reali con i quali Scanderbeg aveva stipolato alleanze, l’Umanismo e l’Illuminismo europeo, la storiografia, ecc., fanno capire che era una delle figure più importanti del Sud-Est Europa della sua epoca.

È di massima importanza comprendere che gli albanesi con la loro resistenza contro l’Impero Ottomano sacrificarono la loro stessa nazione, salvando così la civiltà occidentale dalla conquista dei turchi, quella stessa civiltà occidentale che li abbandono al loro tragico destino di sofferenze per 400 anni. Gjergj Kastrioti Scanderbeg era certamente un uomo, ma la storia che ci ha lasciato e ci ha tramandato non lo rende un uomo semplice e ordinario, ma una legenda vivente nei secoli a venire. Lui era il modello e il simbolo di una giusta causa: la libertà contro la schiavitù, la ragione e l’ordine politico contro l’oppressione, valori fatti successivamente propri dalla filosofia illuminista.

Il suo contributo non andò invano e non morì con lui, anzi, divenne la fonte del Rinascimento Albanese, dello sforzo sublime per l’indipendenza. Lui era e rimane il nucleo dell’identità nazionale, dell’eredità spirituale e della coscienza contemporanea di ogni albanese.


Link del trailer: http://www.illyriaentertainment.com/projects-warrior-trailer.htm

http://albanianews.it/cultura/storia/item/1028-giorgio-castriota-scanderbeg

lunedì 25 gennaio 2010

A Bologna, l’inaugurazione della mostra ’Besa un codice d’onore’.

di Brunilda Ternova



Si è inaugurata il 24 gennaio 2010 alle ore 11.00, negli ambienti del Museo Ebraico di Bologna la mostra del fotografo statunitense Norman H. Gershman,"Besa un codice d’onore. Gli Albanesi musulmani che salvarono gli ebrei dalla Shoah".


La mostra contiene una serie di fotografie in bianco e nero, con i ritratti dei discendenti dei 63 albanesi, che hanno aiutato gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, e che sono riconosciuti da Yad Vashem come i Giusti tra le Nazioni. Buona la partecipazione della cittadinanza albanese e italiana presenti alla inaugurazione, degli amanti dell’arte e della fotografia e di molti curiosi interessati all’argomento.

L’esposizione, ripercorrendo la storia ebraica a cavallo della seconda guerra mondiale con uno sguardo particolare al ruolo svolto dagli albanesi di religione musulmana, tramite le sue preziose immagini rappresenta l’occasione di mostrare al pubblico degli appassionati dell’arte della fotografia e del tema storico l’esplorazione di un mondo ricco di contrasti e di originalità.

Difatti le immagini hanno una sorta di originalità albanese; le mani sul petto sopra il cuore è un gesto tipicamente albanese e dà ad intendere il segno significativo di Besa. Si osserva un legame forte tra l’immagine e il testo narrante di ognuna delle storie come nel caso delle famiglie di Hasan Kalaja, di Hysen Marika, di Lilo Xhimitiku e Taqi Simsia, di Ali e Ragip Kraja, di Mimi Dema, ecc.

I scatti fotografici penetrano dentro le persone mettendo in evidenza il loro spirito attraverso il contatto visivo ed ricercando l’animo umano attraverso il paesaggio plastico dell’espressività corporea, restituita dal bianco e nero. Le testimonianze si moltiplicano attraverso il gesto indicale oppure attraverso l’ostensione di tracce rilevanti di quel passato. Ogni immagine ha un proprio spirito personale e una propria storia umana che per mezzo della scelta di quei due singoli colori mette in evidenza la risoluzione della contraddizione storica che ha contraddistinto il mondo ebraico e quello islamico.

L’arte di Gershman è la sua capacità di portare l’argomento molto vicino al pubblico, offrendo a quest’ultimo un viaggio emozionante nella memoria del passato.

Hanno salutato l’inaugurazione della mostra il Presidente del Museo Ebraico di Bologna - Emilio Campos, il Presidente della Comunita Ebraica di Bologna - Guido Ottolenghi, il Vice Ministro alla Cultura della Repubblica dell’Albania - Suzana Turku e l’Ambasciatore della Repubblica Albanese in Itaia - Llesh Kola.

Alla cerimonia di inaugurazione sono inoltre intervenuti Claudio Merighi – Vice Sindaco Comune di Bologna, Beatrice Draghetti - Presidente Provincia di Bologna, Maria Giuseppina Muzzarelli - Vicepresidente Regione Emilia Romagna, Paolo Zanca- Vicepresidente Assemblea Legislativa Regione Emilia Romagna, Renzo Gattegna - Presidente Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Abd Al Adhim Yusuf Pisano -Responsabile Co.Re.Is. Emilia Romagna, Michele Sarfatti – Direttore della Fondazione “Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea” di Milano.


Pubblichiamo in parte l’intervento dell’Ambasciatore dell’Albania.

Nel suo intervento l’ambasciatore Kola dopo aver ringraziato gli organizzatori dell’attività e la comunità ebraica in Italia per il loro sostegno, ha sottolineato l’importanza della promozione dei valori nazionali albanesi come indice di una missione nobile, di un fattore di pace e amicizia tra le nazioni. Proseguendo nel suo discorso ha sottolineato il ruolo storico dell’Albania che fin dai tempi di Scanderbeg ha sempre e comunque portato in occidente i propri distintivi e radicati valori umani.

“La nostra è una nazione antica ed autoctona con qualità comprovate, conosciute e stimate. Noi non siamo mai stati invasori, siamo sempre stati invasi dagli altri. Abbiamo da sempre offerto l’amicizia e la tolleranza invece della discriminazione; abbiamo lavorato per la cooperazione e scelto relazioni senza pregiudizi.
Siamo un paese dove convivono in armonia e in tolleranza secolare esemplare tre religioni differenti. E’ una realtà ed un modello da cui possono prendere esempio altre nazioni, vicine o lontane.
L’Albania è patria di simboli internazionalmente conosciuti, come il nostro eroe nazionale, Scanderbeg, conosciuto già cinque secoli fa, come difensore della civiltà occidentale, e nei nostri tempi la grande missionaria della carità, Madre Teresa.”

L’ambasciatore costatando che il principio guida interno alla tradizione albanese dell’ospitalità è rivolta al prossimo a prescindere dal suo credo religioso ed etnico, ha detto:

“Durante la seconda guerra mondiale l’Albania e gli albanesi hanno accolto e salvato tutti gli ebrei, come in pochi paesi nel mondo e nella loro fase storica piu difficile. Li abbiamo accolti non come stranieri, ma come amici, perché da noi esiste solo il concetto del’”ospite”. Li abbiamo ricevuti e dato alloggio nelle nostre case, insieme alle nostre famiglie, perché per gli albanesi la casa è prima di tutto di dio, poi degli amici e della famiglia. La porta di ogni albanese è sempre aperta per i amici e chiunque bussa riceve il benvenuto.
Noi abbiamo difeso gli ebrei come popolo e anche di fronte alle istituzioni.[…] La maggior parte di loro era registrata con documenti falsi figurando di origine albanese. Le autorità albanesi hanno rifiutato di consegnare ai nazisti le liste degli ebrei. In Albania non sono state approvate leggi antisemite, non sono stati costruiti campi di concentramento.
Questo atteggiamento benevolo l’hanno mantenuto tutti gli albanesi, quelli in Albania, quelli del Kosovo, della Macedonia, del Montenegro, in Grecia, perché ovunque ci troviamo, siamo albanesi; tutti uniti: albanesi musulmani, ortodossi, cattolici perché per gli albanesi la propria religione è l’Albanesità.”

In conclusione l’ambasciatore ha fatto un appello sentito per una riflessione:

“Noi non vogliamo e non chiediamo medaglie e meriti, perché l’abbiamo fatto per gli ebrei, ed altri popoli. Trovandoci in Italia, possiamo ricordare come molti militari italiani, dopo la capitolazione fascista, siano rimasti in Albania e come ha scritto un storico italiano, furono aiutati proprio da quelle popolazioni di cui erano stati occupanti. Loro hanno vissuto e combattuto insieme agli albanesi contro i nazisti, anche formando un battaglione simbolicamente chiamato “Antonio Gramsci”, in onore di un italiano di origini arbëresh. Quello che serve e che oggi ci sta dando quest’evento è il riconoscimento storico e la riconoscenza di un atto di ospitalità e coraggio del popolo albanese.
In conclusione, vorrei porre l’accento sul fatto che con l’atteggiamento dimostrato verso gli ebrei, gli albanesi hano mostrato la forza umanitaria e quello che questa può fare quando raggiunge la sua massima espressione. Ricca di senso umanitario, non a caso la nostra Terra ha generato e cresciuto il modello e il simbolo mondiale dell’umanità, Madre Teresa. Perciò, con la modestia del rappresentante di un piccolo paese amico e di un albanese del suolo di Madre Teresa, vi invito tutti a promuovere l’umanitarismo, i valori e l’amicizia, perché solo grazie ad essi, come amiamo dire noi albanesi, non vi sono roccaforti che non possono essere conquistate.”

La mostra fotografica resterà aperta al pubblico fino al 28 gennaio 2010, da domenica a giovedì dalle ore 10.00 alle 18.00, venerdì dalle ore 10.00 alle 16.00 mentre sabato e durante le festività ebraiche sarà chiusa. Informiamo i nostri lettori che nei prossimi giorni sarà disponibile on line il servizio dell’evento.

http://albanianews.it/arte/250110-bologna-linaugurazione-mostra-codice-onore-albanese-besa