Tefta Tashko Koço, l’usignolo albanese.
di Brunilda Ternova
La soprano Tefta Tashko Koço, una delle figure rilevanti dell’interpretazione vocale in Albania, con la sua voce bellissima e autentica, durante la sua breve carriera ha sfoggiato un incredibile talento eseguendo sia musica lirica cittadina che un ricco repertorio di musica classica operistica. L'articolo ricostruisce le tappe più importanti della sua vita. Nata in Egitto nel 1910, attiva sin da piccola nella vita artistica di Korça, formata musicalmente a Parigi e Roma, l'usignolo albanese che regalò emozioni indescrivibili al pubblico dell'epoca, si spense di cancro ancora molto giovane, lasciando un vuoto incolmabile nella musica albanese.
I primi anni
Tefta Tashko Koço nacque il 2 novembre del 1910 a Fajun, in Egitto, da una famiglia intellettuale e patriottica albanese. Il padre, Thanas Tashko, originario di Frashëri nella regione di Korça, era emigrato in Egitto con la moglie Eleni Zografi, figlia del patriota Pandeli Zografi.
Thanas Tashko fu una delle figure più importanti della diaspora albanese in Egitto e fautore di numerose iniziative: editore dei giornali “Shkopi”, “Sopata” e “Rrufeja”, ideatore e attivista dei progetti nazionalisti “Fan S. Noli” e “Vatra” in America, promotore e fornitore d'armi dei patrioti di Korça che combatterono contro l’Impero Ottomano per l’indipendenza dell’Albania.
Nel 1921, a sei anni dalla sua morte, la moglie Eleni Zografi insieme con i figli, 4 maschi e 3 femmine, decise di ritornare in Albania e di stabilirsi a Korça, sua città natale, uno dei centri culturali più importanti del Paese con un'attività artistica molto vivace. Vi troviamo all’epoca la banda musicale ‘Vatra’, la Società delle Belle Arti, il gruppo musicale ‘Lira’ e molti altri gruppi artistici e culturali più piccoli ma altrettanto produttivi.
Tefta, fin da bambina fu protagonista di spettacoli musicali, e iniziò ed essere attiva nei gruppi artistici insieme con Jorgjie File Truja (un’altra artista della musica vocale albanese), partecipando come solista alle performance artistiche che venivano organizzate spesso in città. Grazie al suo talento, il 26 giugno 1926, all'età di 15 anni, si esibì nel suo primo concerto ufficiale davanti al pubblico della sua città. Queste attività artistiche determinarono il suo destino e le sue future scelte artistiche e di vita. Era nata una stella!
In Francia
Tra il 1927 e il 1935, Tefta si trasferì con la famiglia a Montpellier in Francia, e iniziò gli studi superiori musicali per canto con risultati molto promettenti. Nel 1930 inciderà a Parigi per la casa discografica “Pathe”, le prime canzoni popolari albanesi con il noto gruppo iso-polifonico lab del compositore Neço H. Muko.
Nel 1931 incominciò il primo anno di studi per canto al ‘Conservatoire National de Musique et de Déclamation’ di Parigi con maestri del calibro di Jean Sere, Leo Bermandi e André Gresse. A settembre dello stesso anno, partecipò al concorso “Un’Opera Comica”, organizzato dal Conservatorio di Parigi, interpretando il ruolo di ‘Madama Butterfly’. Selezionata all’unanimità dalla giuria tra i 127 candidati presentati, fu elogiata per le sue alte qualità vocali-interpretative, collocandosi tra i primi dei 17 ammessi. Al termine del primo anno, partecipò ad un concorso di canto lirico, aggiudicandosi il secondo premio. Invece, negli anni 1935-1936 conseguì la specializzazione sempre nell’ambito del bel canto a Roma.
Ritorno in Albania
Il profumo della sua terra però non l'aveva mai dimenticato. Il 26 novembre 1935, dopo il suo ritorno in Albania, Tefta realizzò il suo primo concerto nella città di Korça, ottenendo un grande successo. Gli anni 1935-1939 sono stati per lei un periodo caratterizzato da un grande ed intenso lavoro artistico, pieno di concerti in tutto il Paese: Tirana, Shkodra, Durrës, Korça, Elbasan, Vlora, Berat,ecc.
In una lettera al famoso compositore albanese Baki Kongoli, che risale a questi anni, accennando alle varie difficoltà che affrontava in tournée, scriveva: “Il concerto è stato accolto con entusiasmo dal pubblico. Le canzoni di Elbasan sono state gradite ottenendo grande successo. Questo quanto riguarda l'appagamento morale, invece, sul lato materiale, abbiamo dovuto pagare 37 franchi d’oro di tasca nostra per le spese di pianoforte e per i locali del concerto.”
In questi spettacoli Tefta venne inizialmente accompagnata dal pianista Tonin Guraziu, poi sostituito dalla abilissima pianista Lola Aleksi Gjoka. Nei primi anni della guerra Tefta diede una serie di concerti radio e altri dal vivo in varie città albanesi. Per qualche tempo si occupò anche della preparazione dei nuovi talenti nel Liceo Artistico, lavorandovi come docente, incarico che dovette abbandonare a causa di una malattia grave comparsa nel 1937.
Nello stesso anno, conoscerà il baritono Kristo Koço, anche lui un artista laureatosi all’estero e appena tornato in Albania. Si sposarono nel 1940 e l’anno successivo partirono per Milano, dove Tefta incise alcune canzoni di musica popolare. Al loro ritorno diede alla luce suo figlio, Eno, che seguendo le orme dei suoi genitori, diverrà negli anni a venire direttore d’orchestra di musica classica noto a livello nazionale e internazionale. Eno Koço, ha pubblicato nel 2000, un libro dedicato a sua madre intitolato “Tefta Tashko e la sua epoca” (alb. “Tefta Tashko dhe koha e saj”) in cui riporta molte testimonianze che delineano la vita di questa donna straordinaria e talentuosa.
Repertorio musicale
Tefta Tashko Koço faceva parte di quella schiera di artisti albanesi che nei primi anni del Ventesimo secolo, arricchirono il repertorio tradizionale della musica popolare e cittadina albanese con nuove forme tecniche sopraffine. Molti degli artisti di quell’epoca trasformarono - tramite le voci operistiche del soprano, del tenore e del baritono - questi due generi musicali per portarli verso la declamazione pubblica di alta qualità. Le voci dei cantanti professionisti albanesi di quegli anni, in generale si sposavano con il suono strumentale occidentale dell’orchestra, con le intonazioni temperate e in qualche misura con il fraseggio concettuale della musica colta.
Tefta Tashko Koço apparteneva all’indirizzo della musica da camera, che mostrava l’origine orale della canzone tradizionale, e a quello operistico, che si basava sulla lettura e l’elaborazione degli spartiti. Concepiva le canzoni liriche cittadine come arie o ariosi e nelle sue intenzioni principali durante le esibizioni c’era il raggiungimento dell’ispirazione melodica, la quale creava l’immagine del suono e il ritmo musicale della canzone.
Sono ben note anche oggi al pubblico albanese le canzoni del suo repertorio che appartengono a questa gamma musicale, come: “La sorgente del nostro villaggio” (alb. “Kroi i fshatit tonë”), “Mi sono affacciata alla finestra” (alb. “Dola në dritare“),“Quando mio marito giunge dalla cascina” (alb. “Kur më vjen burri nga stani”), “Oh, dove stai andando piccola ragazza” (alb.“Oh, ku po shkon moj goce e vogël”), “Io ti ho amata” (alb. “Unë o ty moj të kam dasht “),“C’erano due cognate” (alb. “Ishin dy kunata”), “Zare rosa” (alb. “Zare trëndafile”), “Usignolo birichino” (alb.“Bilbil çapkëni”), “Il fiore piange il fiore” (alb. “Qante lulja lulen”), “Sei la grazia della bellezza” (alb. “Kenke nur i bukurisë”), “Soffia il vento del nord” (alb.“Fryn Veriu”), ecc.
Molte delle canzoni del suo repertorio appartengono alle poesie create da uno dei suoi migliori amici, il grande poeta albanese Lasgush Poradeci. Troviamo quattro poesie trasformate in canzoni con la musica del compositore Dhimitër Kovaçi: “La mia gioventù” (alb. “Të rite e vitevet të mi”), “Soffia il vento del nord” (alb.“Fryn Veriu”), “La mamma parlò con lamento” (“Foli nëna me vajtim”), “La nostalgia del poeta” (alb.’Mall i vjershëtorit’). Altre due - “Quando divenni grande bambina” (alb. ‘Kur mu rite vogëloshe’) e “La sorgente del nostro paese” (alb. “Kroi i fshatit tonë”) - con la musica del compositore Kristo Kono. Mentre, “Chi ti donò la bellezza” (alb. ‘Kush ta fali bukurinë’) con la musica del compositore Dhimitër Falli.
Di lei il grande poeta Poradeci dirà: “…Tefta era un’artista che aveva deciso di fare arte e non di utilizzarla per sostentarsi. Poteva fare la docente, ma lei non ci pensava nemmeno poiché voleva vivere con il frutto della sua arte e dei concerti. Su Tefta non do semplicemente informazioni ma do tutto il mio cuore!”
Oltre alle canzoni popolari e di lirica albanese, Tefta introdusse nei suoi programmi e nelle sue esibizioni anche le arie della musica lirica classica di autori rinomati a livello mondiale come Wolfgang Amadeus Mozart, Gounod, Franz Schubert, Giuseppe Verdi, Donizetti, Pergolesi, Bellini, Puccini, Rossini, ecc.
La sua vita breve è stata molto attiva e intensa, tra concerti e spettacoli onorando se stessa e il suo Paese anche nei palchi dei teatri stranieri. Partecipò negli anni 1937 e 1938 come soprano professionista alla Fiera dell’Est a Bari. Sarà presente nel 1938 con l’artista Lola Aleksi Gjoka alla Fiera Francese a Parigi. Insieme con l’altra cantante famosa Marie Kraja e con i cantanti albanesi prestigiosi e rinomati di quegli anni - Adem Mani, Xhevat Boriçi, Kolë Vjerdha, Taip Kraja, Karlo Pali, ecc. - partecipò al Festival di Folklore tenutosi a Firenze in Italia il 30 maggio 1939.
Nel 1945, eseguì con successo il ruolo di Mimì dall’opera “La bohème” di Giacomo Puccini, poi quella di Rosina ne “Il Barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini, il ruolo di Violetta ne “La Traviata” di Giuseppe Verdi, il ruolo di Leila ne “I pescatori di perle” di Georges Bizet, ecc.
Registrò due volte per la società discografica ‘Columbia’ in Italia - nel 1937 e nel 1942 - dischi contenenti numerosi brani tratti dal repertorio classico vocale e 45 canti lirici di musica cittadina albanese. Le registrazioni furono accompagnate dall’orchestra del ‘Teatro alla Scala’ guidata da direttori italiani d’orchestra come Segurini, Rizza, Consiglio e Ruisi.
Tefta aveva nel suo repertorio circa 90 canzoni popolari di tutte le regioni albanesi e circa 36 di esse furono registrate su disco negli anni 1930, 1937 e 1942 a Parigi e Milano. È da notare che in una buona parte dei casi, le registrazioni sono state effettuate in fretta e non sempre quando lo stato di voce della soprano era nella sua forma migliore. Nonostante la mancanza della buona qualità tecnica delle registrazioni 78 gpm (giri al minuto) del 1930 e di quelle effettuate in nastri nel 1940 e 1950 - qualità rinomata per quel periodo - le canzoni che contengono sono preziosissimi documenti sul concetto interpretativo della cantante.
Il suo stile di canto lirico cittadino adottò dall’arte colta la leggerezza necessaria per produrre linee melodiche eleganti. Tefta Tashko Koço è stata valutata dalla critica albanese e internazionale una soprano lirica con una formazione perfetta: timbro chiaro e vitale, intonazione pura e cristallina, tecnica vocale perfetta e performance sceniche misurate e raffinate.
Lo spegnimento della voce dell’usignolo
Gravemente malata, nel 1946 venne ricoverata in ospedale per curarsi dal cancro che la stava uccidendo e anche se cercarono di fare tutto il possibile i medici non furono in grado di salvarla dalla morte. Quella inesauribile energia che l’aveva caratterizzata per tutta la vita stava arrivando alla fine.
Intorno alla mezzanotte del 22 dicembre del 1947, all’età di soli 37 anni, si spense la vita di una grande artista eccelsa della cultura musicale albanese. Era bella, elegante, di grande stile e talento, ambiziosa, seria e costante nel suo lavoro e rigorosa nei confronti della sua perfezione artistica. La musica fu sempre parte della sua vita e del suo essere. Non riuscì a portare a termine tutti i sogni e i progetti che coltivava da anni nel settore professionale, però è riuscita a lasciarci numerosi documenti sonori che testimoniano ciò che un tempo fu considerato l’eccellenza del suo bel canto. Lei e la sua arte furono una sinergia consolidata di eleganza femminile e di cultura albanese di alto livello e ancora oggi più che mai - quando l’arte sta diventando pura apparenza e priva di contenuti - riesce a offrirci spunti per ulteriori riflessioni.
Dopo la sua morte le venne conferita il titolo nazionale “Artista del Popolo” (alb. “Artiste e Popullit”), e oggi in Albania in suo onore vengono assegnati premi e si organizzano concorsi e competizioni artistico- culturali.
Link: http://www.youtube.com/watch?v=3qBXzvJmdwk&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=5di0Xe1vf6I
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martedì 30 marzo 2010
lunedì 25 gennaio 2010
A Bologna, l’inaugurazione della mostra ’Besa un codice d’onore’.
di Brunilda Ternova

Si è inaugurata il 24 gennaio 2010 alle ore 11.00, negli ambienti del Museo Ebraico di Bologna la mostra del fotografo statunitense Norman H. Gershman,"Besa un codice d’onore. Gli Albanesi musulmani che salvarono gli ebrei dalla Shoah".
La mostra contiene una serie di fotografie in bianco e nero, con i ritratti dei discendenti dei 63 albanesi, che hanno aiutato gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, e che sono riconosciuti da Yad Vashem come i Giusti tra le Nazioni. Buona la partecipazione della cittadinanza albanese e italiana presenti alla inaugurazione, degli amanti dell’arte e della fotografia e di molti curiosi interessati all’argomento.
L’esposizione, ripercorrendo la storia ebraica a cavallo della seconda guerra mondiale con uno sguardo particolare al ruolo svolto dagli albanesi di religione musulmana, tramite le sue preziose immagini rappresenta l’occasione di mostrare al pubblico degli appassionati dell’arte della fotografia e del tema storico l’esplorazione di un mondo ricco di contrasti e di originalità.
Difatti le immagini hanno una sorta di originalità albanese; le mani sul petto sopra il cuore è un gesto tipicamente albanese e dà ad intendere il segno significativo di Besa. Si osserva un legame forte tra l’immagine e il testo narrante di ognuna delle storie come nel caso delle famiglie di Hasan Kalaja, di Hysen Marika, di Lilo Xhimitiku e Taqi Simsia, di Ali e Ragip Kraja, di Mimi Dema, ecc.
I scatti fotografici penetrano dentro le persone mettendo in evidenza il loro spirito attraverso il contatto visivo ed ricercando l’animo umano attraverso il paesaggio plastico dell’espressività corporea, restituita dal bianco e nero. Le testimonianze si moltiplicano attraverso il gesto indicale oppure attraverso l’ostensione di tracce rilevanti di quel passato. Ogni immagine ha un proprio spirito personale e una propria storia umana che per mezzo della scelta di quei due singoli colori mette in evidenza la risoluzione della contraddizione storica che ha contraddistinto il mondo ebraico e quello islamico.
L’arte di Gershman è la sua capacità di portare l’argomento molto vicino al pubblico, offrendo a quest’ultimo un viaggio emozionante nella memoria del passato.
Hanno salutato l’inaugurazione della mostra il Presidente del Museo Ebraico di Bologna - Emilio Campos, il Presidente della Comunita Ebraica di Bologna - Guido Ottolenghi, il Vice Ministro alla Cultura della Repubblica dell’Albania - Suzana Turku e l’Ambasciatore della Repubblica Albanese in Itaia - Llesh Kola.
Alla cerimonia di inaugurazione sono inoltre intervenuti Claudio Merighi – Vice Sindaco Comune di Bologna, Beatrice Draghetti - Presidente Provincia di Bologna, Maria Giuseppina Muzzarelli - Vicepresidente Regione Emilia Romagna, Paolo Zanca- Vicepresidente Assemblea Legislativa Regione Emilia Romagna, Renzo Gattegna - Presidente Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Abd Al Adhim Yusuf Pisano -Responsabile Co.Re.Is. Emilia Romagna, Michele Sarfatti – Direttore della Fondazione “Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea” di Milano.
Pubblichiamo in parte l’intervento dell’Ambasciatore dell’Albania.
Nel suo intervento l’ambasciatore Kola dopo aver ringraziato gli organizzatori dell’attività e la comunità ebraica in Italia per il loro sostegno, ha sottolineato l’importanza della promozione dei valori nazionali albanesi come indice di una missione nobile, di un fattore di pace e amicizia tra le nazioni. Proseguendo nel suo discorso ha sottolineato il ruolo storico dell’Albania che fin dai tempi di Scanderbeg ha sempre e comunque portato in occidente i propri distintivi e radicati valori umani.
“La nostra è una nazione antica ed autoctona con qualità comprovate, conosciute e stimate. Noi non siamo mai stati invasori, siamo sempre stati invasi dagli altri. Abbiamo da sempre offerto l’amicizia e la tolleranza invece della discriminazione; abbiamo lavorato per la cooperazione e scelto relazioni senza pregiudizi.
Siamo un paese dove convivono in armonia e in tolleranza secolare esemplare tre religioni differenti. E’ una realtà ed un modello da cui possono prendere esempio altre nazioni, vicine o lontane.
L’Albania è patria di simboli internazionalmente conosciuti, come il nostro eroe nazionale, Scanderbeg, conosciuto già cinque secoli fa, come difensore della civiltà occidentale, e nei nostri tempi la grande missionaria della carità, Madre Teresa.”
L’ambasciatore costatando che il principio guida interno alla tradizione albanese dell’ospitalità è rivolta al prossimo a prescindere dal suo credo religioso ed etnico, ha detto:
“Durante la seconda guerra mondiale l’Albania e gli albanesi hanno accolto e salvato tutti gli ebrei, come in pochi paesi nel mondo e nella loro fase storica piu difficile. Li abbiamo accolti non come stranieri, ma come amici, perché da noi esiste solo il concetto del’”ospite”. Li abbiamo ricevuti e dato alloggio nelle nostre case, insieme alle nostre famiglie, perché per gli albanesi la casa è prima di tutto di dio, poi degli amici e della famiglia. La porta di ogni albanese è sempre aperta per i amici e chiunque bussa riceve il benvenuto.
Noi abbiamo difeso gli ebrei come popolo e anche di fronte alle istituzioni.[…] La maggior parte di loro era registrata con documenti falsi figurando di origine albanese. Le autorità albanesi hanno rifiutato di consegnare ai nazisti le liste degli ebrei. In Albania non sono state approvate leggi antisemite, non sono stati costruiti campi di concentramento.
Questo atteggiamento benevolo l’hanno mantenuto tutti gli albanesi, quelli in Albania, quelli del Kosovo, della Macedonia, del Montenegro, in Grecia, perché ovunque ci troviamo, siamo albanesi; tutti uniti: albanesi musulmani, ortodossi, cattolici perché per gli albanesi la propria religione è l’Albanesità.”
In conclusione l’ambasciatore ha fatto un appello sentito per una riflessione:
“Noi non vogliamo e non chiediamo medaglie e meriti, perché l’abbiamo fatto per gli ebrei, ed altri popoli. Trovandoci in Italia, possiamo ricordare come molti militari italiani, dopo la capitolazione fascista, siano rimasti in Albania e come ha scritto un storico italiano, furono aiutati proprio da quelle popolazioni di cui erano stati occupanti. Loro hanno vissuto e combattuto insieme agli albanesi contro i nazisti, anche formando un battaglione simbolicamente chiamato “Antonio Gramsci”, in onore di un italiano di origini arbëresh. Quello che serve e che oggi ci sta dando quest’evento è il riconoscimento storico e la riconoscenza di un atto di ospitalità e coraggio del popolo albanese.
In conclusione, vorrei porre l’accento sul fatto che con l’atteggiamento dimostrato verso gli ebrei, gli albanesi hano mostrato la forza umanitaria e quello che questa può fare quando raggiunge la sua massima espressione. Ricca di senso umanitario, non a caso la nostra Terra ha generato e cresciuto il modello e il simbolo mondiale dell’umanità, Madre Teresa. Perciò, con la modestia del rappresentante di un piccolo paese amico e di un albanese del suolo di Madre Teresa, vi invito tutti a promuovere l’umanitarismo, i valori e l’amicizia, perché solo grazie ad essi, come amiamo dire noi albanesi, non vi sono roccaforti che non possono essere conquistate.”
La mostra fotografica resterà aperta al pubblico fino al 28 gennaio 2010, da domenica a giovedì dalle ore 10.00 alle 18.00, venerdì dalle ore 10.00 alle 16.00 mentre sabato e durante le festività ebraiche sarà chiusa. Informiamo i nostri lettori che nei prossimi giorni sarà disponibile on line il servizio dell’evento.
http://albanianews.it/arte/250110-bologna-linaugurazione-mostra-codice-onore-albanese-besa

Si è inaugurata il 24 gennaio 2010 alle ore 11.00, negli ambienti del Museo Ebraico di Bologna la mostra del fotografo statunitense Norman H. Gershman,"Besa un codice d’onore. Gli Albanesi musulmani che salvarono gli ebrei dalla Shoah".
La mostra contiene una serie di fotografie in bianco e nero, con i ritratti dei discendenti dei 63 albanesi, che hanno aiutato gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, e che sono riconosciuti da Yad Vashem come i Giusti tra le Nazioni. Buona la partecipazione della cittadinanza albanese e italiana presenti alla inaugurazione, degli amanti dell’arte e della fotografia e di molti curiosi interessati all’argomento.
L’esposizione, ripercorrendo la storia ebraica a cavallo della seconda guerra mondiale con uno sguardo particolare al ruolo svolto dagli albanesi di religione musulmana, tramite le sue preziose immagini rappresenta l’occasione di mostrare al pubblico degli appassionati dell’arte della fotografia e del tema storico l’esplorazione di un mondo ricco di contrasti e di originalità.
Difatti le immagini hanno una sorta di originalità albanese; le mani sul petto sopra il cuore è un gesto tipicamente albanese e dà ad intendere il segno significativo di Besa. Si osserva un legame forte tra l’immagine e il testo narrante di ognuna delle storie come nel caso delle famiglie di Hasan Kalaja, di Hysen Marika, di Lilo Xhimitiku e Taqi Simsia, di Ali e Ragip Kraja, di Mimi Dema, ecc.
I scatti fotografici penetrano dentro le persone mettendo in evidenza il loro spirito attraverso il contatto visivo ed ricercando l’animo umano attraverso il paesaggio plastico dell’espressività corporea, restituita dal bianco e nero. Le testimonianze si moltiplicano attraverso il gesto indicale oppure attraverso l’ostensione di tracce rilevanti di quel passato. Ogni immagine ha un proprio spirito personale e una propria storia umana che per mezzo della scelta di quei due singoli colori mette in evidenza la risoluzione della contraddizione storica che ha contraddistinto il mondo ebraico e quello islamico.
L’arte di Gershman è la sua capacità di portare l’argomento molto vicino al pubblico, offrendo a quest’ultimo un viaggio emozionante nella memoria del passato.
Hanno salutato l’inaugurazione della mostra il Presidente del Museo Ebraico di Bologna - Emilio Campos, il Presidente della Comunita Ebraica di Bologna - Guido Ottolenghi, il Vice Ministro alla Cultura della Repubblica dell’Albania - Suzana Turku e l’Ambasciatore della Repubblica Albanese in Itaia - Llesh Kola.
Alla cerimonia di inaugurazione sono inoltre intervenuti Claudio Merighi – Vice Sindaco Comune di Bologna, Beatrice Draghetti - Presidente Provincia di Bologna, Maria Giuseppina Muzzarelli - Vicepresidente Regione Emilia Romagna, Paolo Zanca- Vicepresidente Assemblea Legislativa Regione Emilia Romagna, Renzo Gattegna - Presidente Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Abd Al Adhim Yusuf Pisano -Responsabile Co.Re.Is. Emilia Romagna, Michele Sarfatti – Direttore della Fondazione “Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea” di Milano.
Pubblichiamo in parte l’intervento dell’Ambasciatore dell’Albania.
Nel suo intervento l’ambasciatore Kola dopo aver ringraziato gli organizzatori dell’attività e la comunità ebraica in Italia per il loro sostegno, ha sottolineato l’importanza della promozione dei valori nazionali albanesi come indice di una missione nobile, di un fattore di pace e amicizia tra le nazioni. Proseguendo nel suo discorso ha sottolineato il ruolo storico dell’Albania che fin dai tempi di Scanderbeg ha sempre e comunque portato in occidente i propri distintivi e radicati valori umani.
“La nostra è una nazione antica ed autoctona con qualità comprovate, conosciute e stimate. Noi non siamo mai stati invasori, siamo sempre stati invasi dagli altri. Abbiamo da sempre offerto l’amicizia e la tolleranza invece della discriminazione; abbiamo lavorato per la cooperazione e scelto relazioni senza pregiudizi.
Siamo un paese dove convivono in armonia e in tolleranza secolare esemplare tre religioni differenti. E’ una realtà ed un modello da cui possono prendere esempio altre nazioni, vicine o lontane.
L’Albania è patria di simboli internazionalmente conosciuti, come il nostro eroe nazionale, Scanderbeg, conosciuto già cinque secoli fa, come difensore della civiltà occidentale, e nei nostri tempi la grande missionaria della carità, Madre Teresa.”
L’ambasciatore costatando che il principio guida interno alla tradizione albanese dell’ospitalità è rivolta al prossimo a prescindere dal suo credo religioso ed etnico, ha detto:
“Durante la seconda guerra mondiale l’Albania e gli albanesi hanno accolto e salvato tutti gli ebrei, come in pochi paesi nel mondo e nella loro fase storica piu difficile. Li abbiamo accolti non come stranieri, ma come amici, perché da noi esiste solo il concetto del’”ospite”. Li abbiamo ricevuti e dato alloggio nelle nostre case, insieme alle nostre famiglie, perché per gli albanesi la casa è prima di tutto di dio, poi degli amici e della famiglia. La porta di ogni albanese è sempre aperta per i amici e chiunque bussa riceve il benvenuto.
Noi abbiamo difeso gli ebrei come popolo e anche di fronte alle istituzioni.[…] La maggior parte di loro era registrata con documenti falsi figurando di origine albanese. Le autorità albanesi hanno rifiutato di consegnare ai nazisti le liste degli ebrei. In Albania non sono state approvate leggi antisemite, non sono stati costruiti campi di concentramento.
Questo atteggiamento benevolo l’hanno mantenuto tutti gli albanesi, quelli in Albania, quelli del Kosovo, della Macedonia, del Montenegro, in Grecia, perché ovunque ci troviamo, siamo albanesi; tutti uniti: albanesi musulmani, ortodossi, cattolici perché per gli albanesi la propria religione è l’Albanesità.”
In conclusione l’ambasciatore ha fatto un appello sentito per una riflessione:
“Noi non vogliamo e non chiediamo medaglie e meriti, perché l’abbiamo fatto per gli ebrei, ed altri popoli. Trovandoci in Italia, possiamo ricordare come molti militari italiani, dopo la capitolazione fascista, siano rimasti in Albania e come ha scritto un storico italiano, furono aiutati proprio da quelle popolazioni di cui erano stati occupanti. Loro hanno vissuto e combattuto insieme agli albanesi contro i nazisti, anche formando un battaglione simbolicamente chiamato “Antonio Gramsci”, in onore di un italiano di origini arbëresh. Quello che serve e che oggi ci sta dando quest’evento è il riconoscimento storico e la riconoscenza di un atto di ospitalità e coraggio del popolo albanese.
In conclusione, vorrei porre l’accento sul fatto che con l’atteggiamento dimostrato verso gli ebrei, gli albanesi hano mostrato la forza umanitaria e quello che questa può fare quando raggiunge la sua massima espressione. Ricca di senso umanitario, non a caso la nostra Terra ha generato e cresciuto il modello e il simbolo mondiale dell’umanità, Madre Teresa. Perciò, con la modestia del rappresentante di un piccolo paese amico e di un albanese del suolo di Madre Teresa, vi invito tutti a promuovere l’umanitarismo, i valori e l’amicizia, perché solo grazie ad essi, come amiamo dire noi albanesi, non vi sono roccaforti che non possono essere conquistate.”
La mostra fotografica resterà aperta al pubblico fino al 28 gennaio 2010, da domenica a giovedì dalle ore 10.00 alle 18.00, venerdì dalle ore 10.00 alle 16.00 mentre sabato e durante le festività ebraiche sarà chiusa. Informiamo i nostri lettori che nei prossimi giorni sarà disponibile on line il servizio dell’evento.
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