di Eva Brinja - Studiosa di Etnocultura
(Tradotto dall’albanese in italiano da Brunilda Ternova)
Il nome seguì la popolazione dopo la morte di Scanderbeg. La popolazione si auto-nominò ‘shqipëtar’ (ita. albanesi), mentre per gli stranieri aveva diversi nomi, come Alban, Arban, Arnaut, in funzione della continuità storica che conoscevano nelle aree dove veniva scritta la storia di quel tempo.
(nella mappa: L'Albania del 14-mo secolo A.D.)
Nell'analisi che svolgiamo a questo proposito, abbiamo in mente questi fattori influenti:
a – Nominare vuol dire mettere un nome ad una cosa, ad un soggetto o fenomeno per distinguerlo durante l'uso.
b – Il nome viene messo dagli utenti (da quelli che lo dovrebbero usare) e porta le caratteristiche del prodotto, del soggetto o del fenomeno.
c - Se questo oggetto, soggetto vivente, fenomeno viene usato da altri, il trasferimento avviene di solito insieme con la denominazione oppure si traduce, ecc.
d - Nel caso delle denominazioni di gruppi etnici o nazioni in generale, questo processo porta insieme con il nome una storia specifica, in quanto:
- L'assunzione del nome è legata al fatto che il Leader di un gruppo etnico - che è diventato famoso - ha dato alla sua etnia il proprio nome; gli esempi sono innumerevoli dai tempi antichi.
- L'assunzione del nome a causa della toponomastica del luogo in cui si trova questa popolazione.
- L'assunzione del nome a seguito dell’inserimento di un potere o organismo che abbia un certo effetto sull'etnia che adotta il nome.
e - Caso in cui il nome rappresenta l'espressione o evocazione di un evento o fenomeno.
Così la denominazione della nostra etnia con il nome “Shqipëtar”, analizzando i fatti che sono presenti come:
1 - Il tempo di nascita della denominazione è il periodo dopo Scanderbeg.
2 - E' diffuso nei territori che hanno partecipato alla Lega di Lezha, e che hanno contribuito al suo esercito. (Ricordiamo qui che la zona degli arvanitas in Grecia non ha conosciuto né il nome di Scanderbeg e nemmeno il nome “shqiptar” a lungo). Per questo motivo è evidente che questo nome è esteso nei territori dove ha operato esattamente Scanderbeg.
3 - Non è un nome che poteva essere dato ad una persona in vista e che si fosse distinta tanto da costituire un onore il proclamarsi tale.
4 - Non è un nome toponomico.
5 - Non c’è stata una decisione suprema, come poteva essere un organismo sovraetnico (in questo periodo non esisteva l'ONU) o religioso, come è stato il Papa di Roma o il Patriarcato di Istanbul.
Evinciamo in conclusione che l'unico fattore è l’evocazione di un evento o fenomeno che come al punto (e).
Pertanto dei suddetti fattori tre sono quelli che possono spiegare questo processo di “auto-definizione”:
1 – Il periodo dopo Scanderbeg.
2 – Il territorio che era attivo nella partecipazione.
3 – La costituzione spirituale di questa popolazione.
In questi tre elementi portatrici della ragione e del processo dell’auto-denominazione si vede la costruzione spirituale che rappresenta di solito la moralizzazione del fenomeno espresso:
A - In quello che ha fatto il soggetto.
B - In quello che ha detto il soggetto.
La produzione orale, le leggende, i miti mostrano che questa popolazione si è occupata molto di Scanderbeg, creando figure leggendarie su di lui, sul suo cavallo e riguardo tutti i luoghi in cui è passato; cioè alimentandolo senza sosta per generazioni e raccontando della sua figura anche in modi fantastici. In base alle figurazioni create su di lui da 500 anni, ci arriva oggi tutta la creatività dedicata a lui. E per quello che concerne i racconti su di lui? Noi albanesi, diciamo sempre che “lui aveva fatto quello…e aveva fatto questo”, ma è opportuno dire anche che “lui ha detto questo e quello…”? (perchè non ci viene trasmesso questo fatto nella eredità orale, soprattutto perché nella psiche fraseologica della nostra etnia è noto l’inizio tipico di periodi con "ha detto… papà... o qualcuno molto saggio", ecc.?
Quello che scrive Marin Barleti è un parallelo di ciò che abbiamo detto sopra. Nelle condizioni di una responsabilità intellettuale lui ha portato non l’opera tramite la figurazione – cosa che richiama la tradizione orale popolare – ma l’opera attraverso il lavoro di scomposizione caso dopo caso.
Osservate quello che si evince da Marin Barleti e che corrisponde alla nostra eredita orale:
1 – Le dimensioni dei risultati o delle opere essendo grandi vengono chiamate ‘divine’ e si spiegano con l'aiuto degli dei (Barleti è un prete e avrebbe dovuto esprimersi al singolare dicendo ‘Dio’). Senza volerlo Barleti ci trasmette la psiche mitica della popolazione, sua contemporanea.
2 - In tutti i casi, davanti ad un’opera che la richiede per raduni o guerre, la partecipazione delle masse è preceduta da un lungo discorso di Scanderbeg. Presentazione delle motivazioni, ecc.
Si pone una domanda: così come per gli elementi propri della costituzione spirituale della popolazione, come il coraggio, l’onestà e l'amore per la libertà, esisteva una ‘denominazione’ anche per l’agire morale di Scanderbeg? L’elmo di Scanderbeg ci indica della presenza di concetti mitologici in lui, così come nella denominazione ‘Epirot’ che corrisponde alla Capra Amaltea; e una denominazione che sia coerente con il fiore della Margherita non è esistita?
Osservate:
Nelle analisi dello studioso Niko Stillo, che riguardano l’esame dei prospetti etruschi (dove troveremo le denominazioni dei personaggi delle diverse generazioni pelasgiche), troviamo che un personaggio di quinta generazione è chiamato anche "aquila" (questi nomi cambiano da luogo a luogo) e deriva proprio da Ares (alb. Ares) della quarta generazione. Così ci deriva dalla mitologia l’eredità “Shqipe të Arit “ (ita. Aquila di Ares (l’aquila che ha l’origine da Ares e che appartiene alla quinta generazione pelasgica). La presenza nell’elmo del Fiore della Margherita della sesta generazione realizza il collegamento dell’origine della nostra generazione con l’Aquila di Ares che appartiene alla quinta generazione.
Questo contenuto trova collocazione pienamente nell’asse temporale e spaziale di Scanderbeg; ma come è successo che si è trasformato in nome e come è successo che la popolazione si sia auto-nominata “shqip’t’ar” (ita. albanese) oppure “Shipe të Arit” (ita. l’Aquila di Ares)?
Riesaminiamo Marin Barleti con molta attenzione:
Da diverse parti si evince il fatto che agli inizi degli attacchi l’esercito viene preceduto dalle prime linee militari per le quali più volte viene usata l’espressione "aquile e bandiere" (il che significa che la divisione in due parole non è una coincidenza e che queste aquile non sono quelle della bandiera ma sono proprio le prime linee). La revisione dell’opera originale di Barleti sarebbe appropriata in quanto, così come è stato contraffatto l’elmo di Scanderbeg nel Museo di Vienna, può essere stata effettuata la modifica o la correzione, sotto un nome ben conosciuto dai contemporanei, del talentuoso traduttore Prifti.
Così, per esempio pagina 93-Bot II -1967, abbiamo "i residenti e molti altri della tribù degli epiroti, appena si sbarazzarono di Murad, seguirono anche senza invito il giovane leader e le bandiere delle aquile, poiché Scanderbeg portava bandiere rosse ricamate con l’aquila nera bicefala.” Osservate: Il leader, le aquile e le bandiere dal punto di vista della grammatica linguistica sono divisi.
A pagina 406 non è stato fatto molto per farci capire quali erano le aquile, e osservate come viene data l’espressione: “mandò avanti, secondo la consuetudine, le aquile e le loro bandiere e appena tuonò la tromba iniziò una aspra lotta”. Cioè, l’avanguardia sono le Aquile che ovviamente portano anche le loro bandiere in mano secondo il rito di ogni esercito.
Continuiamo ad osservare: è normale che l’avanguardia militare venga chiamata aquila “sul quale Marte, versava tutto il potere e il coraggio” dice Barleti. Ma poiché Marte nel latino di Barleti corrisponde nella lingua Epiriota ad Ares (così viene chiamato il dio greco), ne deriva che l’avanguardia dell’esercito di Scanderbeg non è stata chiamata “figli di Marte”, ma “figli di Ares o dell’Aquila di Ares (alb. Shqipe të Arit)"; nella mitologia in base alle generazioni pelasgiche “l’aquila è proprio figlia di Ares”.
Ma come è successo che tornò ad essere un nome? Ritorniamo alla costituzione spirituale del popolo che ci ha lasciato un vero arsenale di rappresentazioni su Scanderbeg.
Il punto di partenza di questa eredità sono le testimonianze oculari dei soldati, dei comandanti e della stessa avanguardia militare, i quali oltre ad essere partecipanti nelle figurazioni fantastiche – ricevute in eredità dalla tradizione orale popolare – secondo la legge di guerra, attraverso la condivisione del bottino sono anche i suoi principali beneficiari. Si noti che l'esercito ottomano, il cui bottino veniva condiviso tra i combattenti vincenti, ha sempre avuto presente l'oro o Ares. In questo modo i primi trasmettitori della storia sono stati proprio i combattenti, i quali per Scanderbeg sono i seguaci di ‘Shqipe të Arit’ (ita. Aquila di Ares) mentre per quelli che non conoscevano questo concetto (facciamo riferimento al caso in cui non si usava il concetto mitologico, anche se in realtà si è mostrato fino a tardi che era l’opposto) sono seguaci delle aquile che portavano l’Oro in termini di ricchezza.
Una delle cause della rovina del Paese dopo Scanderbeg sta anche nel fatto che la guerra non solo non portava ricchezza, ma il vincitore (gli ottomani) distruggeva e devastava il Paese.
Pertanto ‘Shqipet e Arit’ non erano tali solamente perché così li considerava Scanderbeg, ma anche perché portavano oro in grosse quantità per la popolazione che rappresentavano. Perciò questo nome si usava nei territori che hanno aderito all'esercito di Scanderbeg.
La consapevolezza di questa derivazione e il sostegno della costituzione spirituale di questa coscienza, lo spiegano gli esponenti del nostro Rinascimento con la frase "La religione degli Albanesi è l’albanesità (Shqip-t(ë)-Arit)", poiché questo nome è proprio un nome divino e religioso della mentalità pelasgica.
Rimane ancora un altro aspetto da esaminare e che ci può spiegare molto di più sul problema. Si tratta dell’Elmo originale e delle lettere che sono state scritte in esso. Nella eredità pelasgica figurativa è presente l’associazione della figura con il proprio nome.
Offrendo la possibilità di esame allo studioso Niko Stillo – l’unico conoscitore al mondo di oggi in grado di pronunciare le lettere antiche secondo i periodi e i luoghi in cui sono stati usati – si giungerebbe probabilmente al fatto che il nome Shqiptar (ita. albanese) è scritto nell’elmo come una spiegazione di tutti i simboli posseduti da Scanderbeg.
Nota: I nostri leader, per la seconda volta nella storia della nostra nazione, impostano un codice morale in primo piano, "le origini e la definizione della religione della nostra identità": Scanderbeg lo ha designato come denominazione, mentre il Rinascimento lo ha richiamato nell’ambiente degli Stati europei come consapevolezza inevitabile per il futuro e lo ha definito come la nostra Religione. E tutto ciò succedeva proprio nell’epoca durante la quale il Cristianesimo e la Mezzaluna continuavano a dividere il mondo in due; in fondo noi non possiamo essere né l'uno e né l'altro perché in qualche modo facciamo parte della loro creazione.
Osserviamo la situazione nel XIX secolo (sec. XVIII-XIX)
Ali Pasha e i Bushati
(I distretti amministrativi più potenti dell’Impero Ottomano, almeno nei Balcani)
Ci si chiede: In questo periodo della creazione degli Stati europei di oggi e della separazione degli Stati balcanici che si trovavano sotto l’Impero Ottomano,
• Quale sarebbe stata la continuità della storia in Europa e dell’Impero Ottomano se questi due distretti amministrativi si fossero uniti (tramite un matrimonio oppure una forma di dipendenza)?
• Cosa sarebbe stata la penisola Balcanica (un punto di incrocio) con un’Albania indipendente e forte economicamente e militarmente per le forze potenti dell’epoca in lotta per un "Nuovo Ordine Mondiale”?
- La Russia (chiedeva il rafforzamento degli slavi dei Balcani e lo stretto dei Dardanelli).
- L’Austria (la ricompensazione delle perdite del Santo Impero e la sua influenza sui Balcani mentre gli ottomani si indebolivano)
- La Francia (dopo Napoleone serbava inimicizia nei confronti di Ali Pasha).
- L’Inghilterra (i Balcani in questo periodo erano al di fuori dei suoi interessi).
- La Turchia (tramite i business sporchi con le potenze Russia e Inghilterra, con predominanza degli interessi della Russia).
• Questa era la ragione per cui le potenze dell’epoca diedero di fatto l’indipendenza alla Bulgaria e alla Serbia (non furono aiutati), mentre l’indipendenza degli albanesi – che realmente lo realizzarono nel sud sotto la guida di Ali Pasha, al quale tagliarono la testa – fu manipolata da queste potenze. Così, sotto il nome di un Paese che non è mai esistito in quanto tale, la Grecia, e sotto l'egida amministrativa dell’Austria e la sorveglianza della Chiesa realizzarono uno Stato con albanesi ma non per gli albanesi, per gli slavi. Attraverso il Patriarcato di Costantinopoli, la Chiesa Ortodossa Russa ("la Terza Roma") avrà pieni poteri nelle politiche di sviluppo, cosa che continua fino ad oggi.
Qui inizia una vera e propria piattaforma ideologica di assimilazione attraverso la Chiesa di tutta quella popolazione che oggi conosciamo con il nome Arvanitas (ita. albanesi).
Ecco perché gli esponenti del nostro Rinascimento (illuminati dall’antico sapere capirono l'ostilità di tutti gli altri contro di noi) proposero dopo Ali Pasha un motto ideo-etnico per la Nazione, e non un motto guerrafondaio, che portò all’indipendenza senza le armi. Con la figura di Scanderbeg loro non portarono un esempio d’ispirazione – in tal caso sarebbe stato sufficiente Ali Pasha Tepelena con lo stato più potente creato nel Mediterraneo – ma portarono la sua Volontà secondo cui: la RELIGONE degli albanesi è ‘Shqip’t’Aria’. Il che significa che noi siamo i Pelasgi della Sesta Generazione.
Così Alessandro Magno, Scanderbeg, gli esponenti del Rinascimento, Niko Stillo, ecc., giungono alle stesse conclusioni senza riferirsi l’un l’altro, ma riconoscendo direttamente la Mitologia Antica e la sua appartenenza.
Nota: Abbiamo cercato di esporre brevemente la spiegazione del simbolismo dell’Elmo di Scanderbeg e della denominazione ‘shqiptar’. Ma siamo consapevoli che i lettori di questa scritto, dei livelli accademici, sia in Albania che all'estero sono completamente impreparati a masticare questi dati. La mancanza di formazione riguardo la conoscenza delle antiche culture è molto presente. Il ritrovamento di questo elmo, e di quello che è stato falsificato dalle esposizioni ed interpretazioni dei ricercatori stranieri, ci fa cogliere l’imposizione pianificata del vuoto d’informazione culturale che proviene da tempi antichi, molto tempo prima della formazione della cultura greco-romana. Ma a chi giova tutto ciò?
(continua...)
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domenica 29 agosto 2010
mercoledì 11 agosto 2010
Scanderbeg - Psicoanalisi dell’Argomentazione dei Fatti.
di Eva Brinja - Studiosa di Etnocultura
(Tradotto dall’albanese in italiano da Brunilda Ternova)
Questa metodica si occupa dell’enucleazione di un fatto che esiste al di fuori delle iniziative o desideri soggettivi. L'enucleazione argomenta la ragione dell’esistenza del fatto percepibile.
Ecco quali sono i Fatti che vengono fuori a prescindere dai nostri desideri riguardo questa figura:
I - Il suo Elmo e la sua spada, che sono depositati preso il Museo della Storia dell’Essere Umano di Vienna.
II – Il Fenomeno dell’auto-nominazione della sua Etnia con il nome "albanese" dopo la morte di Skanderbeg.
III – Le centinaia di libri che furono scritti nei paesi europei durante i 300 anni che seguirono dopo il fenomeno Scanderbeg. Che cosa successe all’Europa che impazzì dietro di lui?
Quali sono i motivi che hanno portato a questi tre fatti, oggi inconfutabili da nessuno?
Con la stessa denominazione "L’Elmo di Scanderbeg" e con la stessa ubicazione, il Museo della Storia Umana di Vienna, ci arrivano da diverse letterature due foto: la A (Fig. 1 – citata come una copia di quello di Vienna, depositato nel Museo di Storia di Tirana) e la B (Fig. 2 come l’originale del Museo di Vienna).
Osservate la revisione preliminare:
a - l’oggetto della fotografia A, chiamata l'oggetto A, è di materiale delicato, sottile e luccicante, evidentemente inadeguato per un uso quotidiano e di conseguenza è solo figurativo - dimostrativo.
b- l’oggetto B è costituito da un materiale compatto dove la cupola, i fasci di cuoio, i rivetti, ecc. indicano un materiale valido per l’uso e resistente ai fattori naturali e fisici. Quindi non è un oggetto di abbellimento oppure onorifico, ma ha un utilizzo pratico (non ci addentreremo a parlare dei suoi componenti metallici poiché dalla foto non riusciamo ad evincerli).
c - Dal confronto tra i due oggetti (regola della distanza dal punto di messa a fuoco durante lo scatto fotografico e i punti di informazione...) emerge che questi due oggetti hanno differenze di dimensioni fisiche di quasi 1 a 2.5.
d - Uno dei principali simboli utilizzati nell’elmo, la "capra", nell’oggetto A ci arriva cambiato (rispetto a quanto descritto nella mitologia), mentre nel B è esattamente come descritto nella mitologia: con il corno sinistro spezzato.
Secondo le regole delle linee in assonometria, constatiamo che il corno sinistro della capra di Scanderbeg è esattamente spezzato in due terzi di essa.
Dunque dalla recensione precedente concludiamo che:
a – Nel Museo di Storia dell'Uomo di Vienna è esposta una copia modificata dell’elmo originale di Scanderbeg.
b – In questa falsificazione sono stati cambiati due elementi essenziali: le dimensioni (della testa e di conseguenza del corpo) e del contenuto dell’elemento principale (corno spezzato).
c - Non possiamo dire nulla delle lettere, le quali, possono essere state sottoposte a vari cambiamenti, anche poiché dalla fotografia non si può valutare.
Andiamo oltre e smontiamo almeno due elementi simbolici dell’elmo, la Capra e il Fiore della Margherita: entrambi i simboli sono simboli pelasgici.
1. La capra, o meglio la Capra Amaltea viene descritta in questo modo nella mitologia:
"la capra nutrì Zeus... nel corno spezzato germogliarono molti prodotti da frutta, ecc." Per noi che apparteniamo a quelli che vedono la mitologia allo stesso modo degli antichi, cioè “come una spiegazione scientifica del Mondo e della vita sulla Terra”, è importante cercare la Capra Amaltea in base alla funzione (Simposio-discussione) nel luogo geografico.
L’Aiuto per l’identificazione del posizionamento geografico ci arriva da molte direzioni:
a – la denominazione toponomica "Acroceraunia" dalla letteratura antica greca ci indica proprio uno dei corni (qerea- il corno di capra, akro – lato, cioè corno laterale della testa della capra).
Guardate la foto (Fig. 3) che ci viene oggi dal satellite riguardo questo territorio.
In effetti sembra che siamo di fronte ad un'immagine di capra dove il corno sinistro è tagliato in due terzi di essa.
(Abbiamo veramente a che fare con il territorio della capra Amaltea in questa parte del Nord Epiro classico?)
b - All'interno dell’area troviamo spesso un toponimo mitologico come:
- "la gamba di Osiride" (campo a forma di gamba della divinità principale egizia che dopo essere stato fatto a pezzi venne ricucito, ricostruendo la prima mummia),
- "La Scala di Had” (Fig. 4) dove vengono eseguite cerimonie funebri (oggi ancora fisicamente illeso ecc.)
Questi due dati ci danno ad intendere che i contadini, che utilizzano tutt’oggi questi denominazioni mitologiche, hanno un legame ancestrale con la popolazione portatrice di questa mentalità, non semplicemente come denominazione ma come processo vitale.
Tuttavia, a noi non basta quanto già detto precedentemente per essere convinti che il territorio che vedete nella foto è quello della "Capra Amaltea”. Né la denominazione di questo territorio che ci arriva proprio dagli antichi greci e nemmeno la toponomastica di oggi o la sua archeologia pelasgico-mitologica che contiene tutto il territorio del fiume di Vlora, poiché simili si trovano anche in altri parti del Mediterraneo.
Per noi sono altri due fattori che rendono questo luogo inalienabile a quello originale della "Capra Amaltea”.
a - Il reperto archeologico (Fig. 5) e altri simili trovati ai giorni nostri in un certo punto interno a questo territorio.
(Nel convegno "Sulla comprensione scientifica della mitologia antica”, gli esami basati sulle scienze esatte ci spiegheranno il perché questa zona è esattamente la Capra Amaltea).
b – L’Etnocultura della popolazione locale (Epiro classico) (Convegno – 2 "Etnocultura e Storia" - che testimonia un legame diretto tra le popolazioni locali e i templi più antichi del mondo).
Conclusione: - Scanderbeg utilizzava con piena consapevolezza la denominazione epirotas e l’elmo con la Capra Amaltea. Lo faceva quando l’epoca metteva in primo piano "la Mezzaluna contro la Croce”.
2 - Il secondo simbolo usato da Scanderberg nel suo elmo è il “Fiore della Margherita”, diversamente conosciuta in albanese “Fiore della Pecora” (alb. Lule Dele).
Facciamo una breve considerazione preliminare per chiarire il significato e l'uso di questo simbolo. Questo fiore nell’antichità pre-ellenica e pre-romana ha rappresentato - sulla base del numero delle foglie - l’appartenenza alla generazione pelasgica, fa parte dei simboli pelasgici con un significato ben preciso. (Qui si necessita di una spiegazione ampia poiché i pelasgi, la loro mentalità e il loro simbolismo sono una intera scuola, purtroppo poco conosciuta o conosciuta malissimo)
Secondo Scanderbeg noi apparteniamo alla sesta generazione pelasgica.
Nota: A favore della consapevolezza di Scanderbeg ci viene un’altra informazione e conferma di tre secoli prima di lui. Si tratta della costituzione archiviata di Shkodra (studiata e appropriata dai Veneziani di quell’epoca i quali stavano costruendo il loro Paese, la loro Repubblica), in cui, oltre al fatto che ha inizio con la Premessa di Alessandro il Grande che lascia l'eredità... , sono presenti ad emblema i fiori di margherita (Fig. 6).
Continuate a osservare:
a - Per chi guarda per la prima volta questa emblema c’è la possibilità di guardare, scritto in lingua albanese, il detto "il destino che desideri."
b – l’aquila, nell’altro lato, libera e pronta al volo, è esattamente la rappresentante dei titolari di quest'emblema dell'aquila.
c – I fiori della margherita nel cuore dell’emblema sono esattamente tre e con cinque petali ciascuno, cioè i tre rappresentanti della quinta generazione pelasgica (la quinta generazione ha tre rappresentanti, due maschi e una figlia-sorella).
d – Nella premessa dello Statuto di Shkodra abbiamo esattamente le ultime volontà di Alessandro il Grande che "lascia in eredità... le proprietà e questa costituzione o statuto oppure regolamento", ecc.
e – Osservate nella figura come l’Aquila Libera derivi da due aquile reali incrociate (uomo-donna) che appartengono alla quinta generazione pelasgica. Ma il nome Alessandro è un nome divino (il che significa che rappresenta una generazione pelasgica) e lui conservava questa consapevolezza (dalla rivelazione in uno dei templi d'Egitto, ecc.). Il che significa che ha reclamato tramite il nome di essere il rappresentante di una delle sei generazioni pelasgiche.
Attraverso l’analisi fatta ne “Antichità” (E. Brina) della sua opera, ad Alessandro Magno è stato assegnato il ruolo di iniziatore del grande processo d’integrazione mondiale, che continua anche oggi. (Nella mitologia antica tutte le generazioni pelasgiche con i loro rappresentanti hanno creato una fase di sviluppo nella società umana, questa è storia della mitologia, e si spiega solo dopo aver preso conoscenza della scuola di cultura pelasgica).
Quindi, la consapevolezza di Alessandro Magno è in linea con quella di Scanderbeg, il quale non pretende di essere una divinità ma l’erede e continuatore della sesta generazione.
Fig. 1- L’elmo di Scanderbeg che si può vedere oggi visitando il Museo di Tirana.

Fig. 2-B L’elmo originale di Scanderbeg, che oggi non si sa dove sia. Osservate i materiali degli elementi costitutivi: rivetto, fascio di cuoio ecc. Guardate come si posizionano i punti simmetrici dell’oggetto in rapporto alla linea parallela:
- le linea bianca-rivetto a sinistra si trova sotto la linea nera mentre la sua simmetrica di destra si trova sopra la linea,
- la punta del fiore sinistro si trova sotto la linea mentre la sua simmetrica di destra sopra la linea,
- la stessa cosa succede con i buchi delle narici (cioè sono simmetriche)
- la stessa cosa si osserva nei rivetti sulle corna che sono simmetrici,
- solamente nel punto più alto delle corna nel lato destro non si applica questa regola; cioè non solo non spunta sopra la linea ma si trova sotto di essa, spezzato come ci indica la mitologia (Capra Amaltea con il corno sinistro spezzato)

Fig. 3 Il corno destro che viene chiamato nelle mappe antiche “Akroqeraune” (ita. Acroceraunia)

Fig. 4 - La Scala di Had.

Fig. 5 L’oggetto archeologico, e altri simili che si trovano in una zona interna al territorio Capra Amaltea, in un numero significativo in uno stato di semi-lavorazione.

Fig.6 - L’Emblema dello Statuto di Scutari, dove emerge chiaramente l’aquila dalla unione dei due regni (androgino - due aquile in una), che appartiene alla quinta generazione pelasgica. Anche la bandiera con l'aquila a due teste, è lo stesso modello della bandiera di Scanderbeg (con le ali abbassate) che dovrebbe riflettersi nella nostra attuale bandiera nazionale.

(continua...)
(Tradotto dall’albanese in italiano da Brunilda Ternova)
Questa metodica si occupa dell’enucleazione di un fatto che esiste al di fuori delle iniziative o desideri soggettivi. L'enucleazione argomenta la ragione dell’esistenza del fatto percepibile.
Ecco quali sono i Fatti che vengono fuori a prescindere dai nostri desideri riguardo questa figura:
I - Il suo Elmo e la sua spada, che sono depositati preso il Museo della Storia dell’Essere Umano di Vienna.
II – Il Fenomeno dell’auto-nominazione della sua Etnia con il nome "albanese" dopo la morte di Skanderbeg.
III – Le centinaia di libri che furono scritti nei paesi europei durante i 300 anni che seguirono dopo il fenomeno Scanderbeg. Che cosa successe all’Europa che impazzì dietro di lui?
Quali sono i motivi che hanno portato a questi tre fatti, oggi inconfutabili da nessuno?
L’Argomento dei Fatti nr. 1 - “L’Elmo di Scanderbeg”
Con la stessa denominazione "L’Elmo di Scanderbeg" e con la stessa ubicazione, il Museo della Storia Umana di Vienna, ci arrivano da diverse letterature due foto: la A (Fig. 1 – citata come una copia di quello di Vienna, depositato nel Museo di Storia di Tirana) e la B (Fig. 2 come l’originale del Museo di Vienna).
Osservate la revisione preliminare:
a - l’oggetto della fotografia A, chiamata l'oggetto A, è di materiale delicato, sottile e luccicante, evidentemente inadeguato per un uso quotidiano e di conseguenza è solo figurativo - dimostrativo.
b- l’oggetto B è costituito da un materiale compatto dove la cupola, i fasci di cuoio, i rivetti, ecc. indicano un materiale valido per l’uso e resistente ai fattori naturali e fisici. Quindi non è un oggetto di abbellimento oppure onorifico, ma ha un utilizzo pratico (non ci addentreremo a parlare dei suoi componenti metallici poiché dalla foto non riusciamo ad evincerli).
c - Dal confronto tra i due oggetti (regola della distanza dal punto di messa a fuoco durante lo scatto fotografico e i punti di informazione...) emerge che questi due oggetti hanno differenze di dimensioni fisiche di quasi 1 a 2.5.
d - Uno dei principali simboli utilizzati nell’elmo, la "capra", nell’oggetto A ci arriva cambiato (rispetto a quanto descritto nella mitologia), mentre nel B è esattamente come descritto nella mitologia: con il corno sinistro spezzato.
Secondo le regole delle linee in assonometria, constatiamo che il corno sinistro della capra di Scanderbeg è esattamente spezzato in due terzi di essa.
Dunque dalla recensione precedente concludiamo che:
a – Nel Museo di Storia dell'Uomo di Vienna è esposta una copia modificata dell’elmo originale di Scanderbeg.
b – In questa falsificazione sono stati cambiati due elementi essenziali: le dimensioni (della testa e di conseguenza del corpo) e del contenuto dell’elemento principale (corno spezzato).
c - Non possiamo dire nulla delle lettere, le quali, possono essere state sottoposte a vari cambiamenti, anche poiché dalla fotografia non si può valutare.
Andiamo oltre e smontiamo almeno due elementi simbolici dell’elmo, la Capra e il Fiore della Margherita: entrambi i simboli sono simboli pelasgici.
1. La capra, o meglio la Capra Amaltea viene descritta in questo modo nella mitologia:
"la capra nutrì Zeus... nel corno spezzato germogliarono molti prodotti da frutta, ecc." Per noi che apparteniamo a quelli che vedono la mitologia allo stesso modo degli antichi, cioè “come una spiegazione scientifica del Mondo e della vita sulla Terra”, è importante cercare la Capra Amaltea in base alla funzione (Simposio-discussione) nel luogo geografico.
L’Aiuto per l’identificazione del posizionamento geografico ci arriva da molte direzioni:
a – la denominazione toponomica "Acroceraunia" dalla letteratura antica greca ci indica proprio uno dei corni (qerea- il corno di capra, akro – lato, cioè corno laterale della testa della capra).
Guardate la foto (Fig. 3) che ci viene oggi dal satellite riguardo questo territorio.
In effetti sembra che siamo di fronte ad un'immagine di capra dove il corno sinistro è tagliato in due terzi di essa.
(Abbiamo veramente a che fare con il territorio della capra Amaltea in questa parte del Nord Epiro classico?)
b - All'interno dell’area troviamo spesso un toponimo mitologico come:
- "la gamba di Osiride" (campo a forma di gamba della divinità principale egizia che dopo essere stato fatto a pezzi venne ricucito, ricostruendo la prima mummia),
- "La Scala di Had” (Fig. 4) dove vengono eseguite cerimonie funebri (oggi ancora fisicamente illeso ecc.)
Questi due dati ci danno ad intendere che i contadini, che utilizzano tutt’oggi questi denominazioni mitologiche, hanno un legame ancestrale con la popolazione portatrice di questa mentalità, non semplicemente come denominazione ma come processo vitale.
Tuttavia, a noi non basta quanto già detto precedentemente per essere convinti che il territorio che vedete nella foto è quello della "Capra Amaltea”. Né la denominazione di questo territorio che ci arriva proprio dagli antichi greci e nemmeno la toponomastica di oggi o la sua archeologia pelasgico-mitologica che contiene tutto il territorio del fiume di Vlora, poiché simili si trovano anche in altri parti del Mediterraneo.
Per noi sono altri due fattori che rendono questo luogo inalienabile a quello originale della "Capra Amaltea”.
a - Il reperto archeologico (Fig. 5) e altri simili trovati ai giorni nostri in un certo punto interno a questo territorio.
(Nel convegno "Sulla comprensione scientifica della mitologia antica”, gli esami basati sulle scienze esatte ci spiegheranno il perché questa zona è esattamente la Capra Amaltea).
b – L’Etnocultura della popolazione locale (Epiro classico) (Convegno – 2 "Etnocultura e Storia" - che testimonia un legame diretto tra le popolazioni locali e i templi più antichi del mondo).
Conclusione: - Scanderbeg utilizzava con piena consapevolezza la denominazione epirotas e l’elmo con la Capra Amaltea. Lo faceva quando l’epoca metteva in primo piano "la Mezzaluna contro la Croce”.
2 - Il secondo simbolo usato da Scanderberg nel suo elmo è il “Fiore della Margherita”, diversamente conosciuta in albanese “Fiore della Pecora” (alb. Lule Dele).
Facciamo una breve considerazione preliminare per chiarire il significato e l'uso di questo simbolo. Questo fiore nell’antichità pre-ellenica e pre-romana ha rappresentato - sulla base del numero delle foglie - l’appartenenza alla generazione pelasgica, fa parte dei simboli pelasgici con un significato ben preciso. (Qui si necessita di una spiegazione ampia poiché i pelasgi, la loro mentalità e il loro simbolismo sono una intera scuola, purtroppo poco conosciuta o conosciuta malissimo)
Secondo Scanderbeg noi apparteniamo alla sesta generazione pelasgica.
Nota: A favore della consapevolezza di Scanderbeg ci viene un’altra informazione e conferma di tre secoli prima di lui. Si tratta della costituzione archiviata di Shkodra (studiata e appropriata dai Veneziani di quell’epoca i quali stavano costruendo il loro Paese, la loro Repubblica), in cui, oltre al fatto che ha inizio con la Premessa di Alessandro il Grande che lascia l'eredità... , sono presenti ad emblema i fiori di margherita (Fig. 6).
Continuate a osservare:
a - Per chi guarda per la prima volta questa emblema c’è la possibilità di guardare, scritto in lingua albanese, il detto "il destino che desideri."
b – l’aquila, nell’altro lato, libera e pronta al volo, è esattamente la rappresentante dei titolari di quest'emblema dell'aquila.
c – I fiori della margherita nel cuore dell’emblema sono esattamente tre e con cinque petali ciascuno, cioè i tre rappresentanti della quinta generazione pelasgica (la quinta generazione ha tre rappresentanti, due maschi e una figlia-sorella).
d – Nella premessa dello Statuto di Shkodra abbiamo esattamente le ultime volontà di Alessandro il Grande che "lascia in eredità... le proprietà e questa costituzione o statuto oppure regolamento", ecc.
e – Osservate nella figura come l’Aquila Libera derivi da due aquile reali incrociate (uomo-donna) che appartengono alla quinta generazione pelasgica. Ma il nome Alessandro è un nome divino (il che significa che rappresenta una generazione pelasgica) e lui conservava questa consapevolezza (dalla rivelazione in uno dei templi d'Egitto, ecc.). Il che significa che ha reclamato tramite il nome di essere il rappresentante di una delle sei generazioni pelasgiche.
Attraverso l’analisi fatta ne “Antichità” (E. Brina) della sua opera, ad Alessandro Magno è stato assegnato il ruolo di iniziatore del grande processo d’integrazione mondiale, che continua anche oggi. (Nella mitologia antica tutte le generazioni pelasgiche con i loro rappresentanti hanno creato una fase di sviluppo nella società umana, questa è storia della mitologia, e si spiega solo dopo aver preso conoscenza della scuola di cultura pelasgica).
Quindi, la consapevolezza di Alessandro Magno è in linea con quella di Scanderbeg, il quale non pretende di essere una divinità ma l’erede e continuatore della sesta generazione.
Fig. 1- L’elmo di Scanderbeg che si può vedere oggi visitando il Museo di Tirana.

Fig. 2-B L’elmo originale di Scanderbeg, che oggi non si sa dove sia. Osservate i materiali degli elementi costitutivi: rivetto, fascio di cuoio ecc. Guardate come si posizionano i punti simmetrici dell’oggetto in rapporto alla linea parallela:
- le linea bianca-rivetto a sinistra si trova sotto la linea nera mentre la sua simmetrica di destra si trova sopra la linea,
- la punta del fiore sinistro si trova sotto la linea mentre la sua simmetrica di destra sopra la linea,
- la stessa cosa succede con i buchi delle narici (cioè sono simmetriche)
- la stessa cosa si osserva nei rivetti sulle corna che sono simmetrici,
- solamente nel punto più alto delle corna nel lato destro non si applica questa regola; cioè non solo non spunta sopra la linea ma si trova sotto di essa, spezzato come ci indica la mitologia (Capra Amaltea con il corno sinistro spezzato)
Fig. 3 Il corno destro che viene chiamato nelle mappe antiche “Akroqeraune” (ita. Acroceraunia)
Fig. 4 - La Scala di Had.

Fig. 5 L’oggetto archeologico, e altri simili che si trovano in una zona interna al territorio Capra Amaltea, in un numero significativo in uno stato di semi-lavorazione.
Fig.6 - L’Emblema dello Statuto di Scutari, dove emerge chiaramente l’aquila dalla unione dei due regni (androgino - due aquile in una), che appartiene alla quinta generazione pelasgica. Anche la bandiera con l'aquila a due teste, è lo stesso modello della bandiera di Scanderbeg (con le ali abbassate) che dovrebbe riflettersi nella nostra attuale bandiera nazionale.
(continua...)
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