domenica 25 dicembre 2011

Intervista con l’esegeta biblico Mauro Biglino


di Brunilda Ternova
I libri religiosi, una inesauribile fonte per gli studiosi, sono giunti ai giorni nostri dopo moltissime modifiche, varie ricostruzioni e molteplici traduzioni. Sono tante le ricerche nell’arco dei secoli e a livello mondiale che hanno cercato di ricostruire con metodo scientifico la miriade di avvenimenti descritti in essi, offrendoci così delle alternative alla versione imperante che è stata imposta a partire da un determinato momento storico. Una buona parte degli elementi delle religioni - ereditati dai nostri antenati per la maggior parte in forma orale - nonostante vari adattamenti e modifiche hanno conservato una certa riconoscibilità. Attraverso le varie testimonianze tramandateci nei testi sacri e non, si può intuire un background unitario religioso che fa emergere due possibili paradigmi interpretativi: quello teologico e quello scientifico. 

Prof. Mauro Biglino, oltre ad essere un esegeta biblico, è curatore di prodotti multimediali di carattere storico, culturale e didattico per importanti case editrici italiane, collaboratore di riviste, studioso di storia delle religioni, traduttore di ebraico antico per conto delle Edizioni San Paolo. Da  30 anni si occupa dei cosiddetti testi sacri e da più di 10 anni di Massoneria. Secondo lo studioso la Genesi, nel significato letterale dei termini ebraici, racconta la formazione dell’uomo attraverso un intervento di ingegneria genetica, una ricorrenza sbalorditiva questa che troviamo nelle religioni di tutto il mondo. Biglino nel suo lavoro di traduzione letterale dell’antico testamento è una vera e propria rivelazione in questo ambito ribaltando le versioni ufficiali. Tra i suoi libri ricordiamo: “Resurrezione reincarnazione. Favole consolatorie o realtà?”(Infinito Records, 2009), “Chiesa romana cattolica e massoneria. Realmente così diverse?” (Infinito Records, 2009), “Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia” (Uno Editori, 2010), “Il Dio Alieno della Bibbia” (Uno Editori, 2011), ecc.

Brunilda Ternova: Gli argomenti sono vastissimi e ovviamente non si possono affrontare in pieno in una singola intervista, però cerchiamo di aiutare il lettore a comprendere meglio la prospettiva del suo lavoro. In primis, cosa ha scatenato l’idea di intraprendere questo percorso e quando è scaturita?

Mauro Biglino: Dall’età del liceo mi interesso di storia delle religioni e molti anni fa ho deciso di studiare l’ebraico per avere accesso diretto alle fonti della più importante religione occidentale, quella in cui sono cresciuto. Ho iniziato a tradurre per conto mio fino a che  le Ed San Paolo sono venute in contatto con le mie traduzioni, le hanno giudicate molto positivamente e mi hanno affidato l’incarico di tradurre letteralmente vari libri dell’Antico Testamento: fino ad ora ne ho tradotti 23 e loro ne hanno pubblicati 17 nella collana della  Bibbia Ebraica Interlineare.
Effettuando le traduzioni “letterali” mi sono accorto che il codice ebraico presentava  temi e contenuti che avevano valenze e significati diversi da quelli normalmente trasmessi dalla catechesi ed allora, dopo 10 anni di lavoro, ho deciso di iniziare a raccontare ciò che veramente colgo in quei testi. Di qui sono nati i libri che lei ha citato nella presentazione; libri che contengono una storia diversa che non implica necessariamente un giudizio sull’esistenza o meno di Dio, questo aspetto attiene infatti alla fede individuale che è e deve rimanere indiscutibile nella sua natura di scelta personale.

Brunilda Ternova: Nell’opera di traduzione alla base dei suoi lavori lei si è avvalso del Codex Leningradensis (codice masoretico di Leningrado). Vogliamo spiegare al lettore di cosa si tratta e perché è così importante?

Mauro Biglino: Si tratta della versione ebraica del testo biblico realizzata su pergamena, datata 1008, elaborata dai masoreti (custodi della tradizione) della scuola di Tiberiade: uno dei gruppi che stavano provvedendo alla edizione definitiva della Bibbia ebraica. Dal momento che il testo originario della Bibbia era scritto con una successione continua ed ininterrotta di consonanti, il loro lavoro consisteva nell’identificare le singole parole e nell’inserire i suoni delle vocali per dare loro il significato definitivo. Il Codex Leningradensis è importante perché è il codice antico universalmente accettato come canonico dalle chiese; è quindi il testo ufficiale da cui sono ricavate le Bibbie che possediamo e la cui traduzione è ovviamente condizionata dal pensiero teologico che si è sviluppato nei secoli attraverso elaborazioni continue e non pochi contrasti tra le varie correnti di pensiero.

Brunilda Ternova: Quali sono gli approcci e le tecniche con i quali si accosta comunemente all’attività di traduttore dell’antico ebraico?

Mauro Biglino: Mi approccio con le tecniche che ho appreso negli anni di traduzione professionale. Mi avvalgo di vari dizionari di ebraico e aramaico biblici pubblicati negli USA e in Israele, curati anche dai Rabbini, per poter risalire al significato originario delle singole radici ebraiche delle parole la cui area semantica sappiamo essere molto ampia e complessa. Ho scelto di rimanere fedele alle indicazioni di uno dei massimi esegeti ebrei, Rashi de Toyes, il quale diceva che alle parole della Bibbia di possono attribuire molti significati diversi ma ce n’è uno che “non possono non avere” ed è quello letterale (peshàt). Io cerco di attenermi a questo perché negli anni è maturata in me la sensazione che sia quello che veramente contiene la storia che gli autori biblici hanno voluto tramandare.  Una sensazione che si va via trasformando in convinzione soprattutto nel momento in cui il significato letterale trova rispondenze e parallelismi molto significativi nei racconti che ci sono stati lasciati dai popoli di tutti i continenti.

Brunilda Ternova: Ci può fornire qualche esempio pratico di traduzione letterale del testo biblico evidenziandone le difficoltà?

Mauro Biglino: Prendiamo come esempio il termine [nefilìm] sul quale da anni diversi docenti stanno disputando senza giungere ad una conclusione soddisfacente. Secondo i famosissimo autore Z. Sitchin il termine deriva dal verbo [nafàl]  e significa  “coloro che sono caduti” ma sappiamo che esiste una notevole differenza semantica tra “cadere” e “scendere, venire giù”: il verbo “scendere” porta chiaramente in sé il carattere dell’intenzionalità, che non risulta invece presente nell’atto del “cadere”, un’azione che normalmente si subisce. Proprio su questo aspetto pone l’accento Michael Heiser della Wisconsin University. Egli sostiene  che [nephilìm] non deriva da [nafàl] perché la sua vocalizzazione differisce dalle usuali derivazioni di tale radice e, di conseguenza, non gli può essere attribuita l’intenzionalità insita nello “scendere”.
Nella questione interviene il docente universitario Ronald S. Hendel – Università di Berkley – che documenta come l’uso del verbo [nafàl] con il significato di “cadere” sia presente in atri punti nella Bibbia e afferma che [nephilìm] rappresenta la forma “qatil” del verbo, che può essere vista quindi come il passivo aggettivale della radice [nafàl] con il significato di “cadere”: in sintesi si tratterebbe di una sorta di aggettivo coniugato.
Per contro, lo studioso cita un passo del capitolo 32 di Ezechiele in cui il verbo [nafàl] indica con chiarezza una discesa volontaria operata da guerrieri. Non pare dunque una forzatura estendere il significato di [nephilìm] e attribuirgli, come per [yaràd], sia il valore di un “cadere involontario” sia quello di uno “scendere in modo intenzionale”.
Come si vede la filologia comporta questioni non da poco. In questo specifico caso io nel mio libro ho proposto una soluzione alternativa derivante dal significato aramaico del termine.
Nel libro “Il Dio Alieno Della Bibbia” ho anche evidenziato le difficoltà relative al termine Elohìm, dando conto di come il suo significato sia più facilmente deducibile dal contesto piuttosto che dalla pura analisi filologica.
 
Brunilda Ternova: Le divinità arrivano puntualmente dal cielo e spesso su “carri fiammeggianti” compiendo azioni abbastanza inspiegabili per gli esseri umani e le popolazioni dell’antichità. Persino i poemi Omerici sono costellati di riferimento a tecnologie volanti che anche oggi facciamo fatica a comprendere. Come se li spiega?

Mauro Biglino: La spiegazione risiede a mio avviso nel fatto che, come già ho avuto modo di accennare,  tutti i racconti di tutti i popoli di ogni continente rimandano alla tessa storia: individui venuti dal cielo che hanno “fatto” l’uomo; gli hanno dato civiltà, lingua, cultura ed hanno anche combattuto tra di loro per il dominio sui vari territori del pianeta. Tutti ci raccontano delle macchine volanti e dunque ritengo che non si possa più fingere che si tratti di favole o miti: bisognerà cominciare  a pensare che si tratta di storie vere narrate con gli strumenti culturali, concettuali e linguistici di cui disponevano gli autori dei testi antichi. Avevano la necessità di raccontare ai loro lettori degli eventi che erano di ordine diverso rispetto alla normalità, fenomeni che trascendevano le loro conoscenze e le possibilità di comprensione. Sappiamo per esempio che tutto ciò che era inerente al volo non poteva che essere definito con la terminologia propria del mondo degli uccelli; tutto ciò che emetteva una qualche forma di energia visibile era definito ardente o infuocato; gli improvvisi getti o riflessi di luce erano necessariamente lampi; ogni rombo, frastuono o rumore prodotto da un qualunque mezzo veniva identificato con il tuono o con il suono prodotto da grandi masse di acqua; ogni strumento di osservazione, magari di forma tondeggiante, era evidentemente un occhio. In ogni caso, fatte salve le differenze linguistiche, siamo di fronte a racconti coerenti e paralleli di cui abbiamo testimonianza presso i popoli di tutto il pianeta: Sumeri, Ebrei, Indu, Greci, Maya, Aztechi, Celti, Hopi, Cinesi, Giapponesi, Zulu, Dogon, Maori…

Brunilda Ternova: Lei sostiene che al tempo dell’uscita di Mosè dall’Egitto, non esistesse l’ebraico quanto piuttosto l’egiziano antico, l’amorreo, l’aramaico o qualche altra lingua. Su quali fonti si basa e si argomenta questa tesi? A quando risalgono le prime prove dell’esistenza della lingua ebraica?

Mauro Biglino: Le fonti sono accademiche e sono costituite in particolare dagli studi del dipartimento di filologia semitica dell’Università La Sapienza di Roma, specificatamente dai lavori pubblicati dai docenti  Prof. Giovanni Garbini (anche membro dell’Accademia dei Lincei) e Prof. Olivier Durand secondo i quali “l’ebraico non è la lingua originaria delle tribù israelitiche… e si è formato verosimilmente verso il X sec. A.C.” (Introduzione alle lingue semitiche, Ed. Paideia) . Sappiamo che l’uscita di Mosè dall’Egitto viene collocata  dai vari studiosi in un periodo che varia dal XVI al XIII sec. a.C., pertanto la lingua sua e di coloro che l’hanno seguito non poteva ovviamente essere l’ebraico che si è sviluppato come elaborazione di un dialetto sudfenicio e le cui prime documentazioni epigrafiche appartengono all’VIII sec. a.C.. Dal momento che quelle genti sono uscite dall’Egitto l’ipotesi più verosimile porterebbe a pensare che parlassero la lingua di quella nazione.

Brunilda Ternova: Attraverso una fedele ricostruzione dell’originale biblico, ha scritto una serie di libri che parlano della teoria degli antichi astronauti. Ci può illustrare i temi che in ciascuno in questi libri vengono approfonditi?

Mauro Biglino: In sintesi posso dire che in questi primi lavori ho scelto di affrontare alcuni dei temi principali che costituiscono il nocciolo delle origini di quel nucleo di pensiero religioso che ha dato origine a tre importanti religioni: giudaismo, islam e cristianesimo.
La natura di Yahwèh, il suo agire, le macchine volanti con cui si muovevano lui e i suoi colleghi Elohìm che, come lui, erano esseri mortali (lo dice la Bibbia stessa); le esperienze che vari profeti hanno avuto con queste macchine volanti; la tecnologia e i sistemi di comunicazione radio che usavano; l’arca dell’alleanza; la formazione dell’uomo attraverso un intervento di ingegneria genetica; la vera natura degli angeli e dei cherubini in particolare, che non erano neppure individui ma oggetti tecnologici; la vicenda di Adamo ed Eva  e la non esistenza del peccato originale; la questione dei giganti; la figura di Satana e Lucifero… insomma tutti quei contenuti che la tradizione religiosa ha trasformato e spiritualizzato allo scopo di affermare e diffondere il  pensiero monoteista che non esisteva nell’Antico Testamento: a quest’ultimo tema particolarmente significativo ho dedicato uno specifico capitolo.

Brunilda Ternova: Questi argomenti sono assolutamente sconcertanti per le persone religiose e che credono ciecamente nelle scritture. Che ne pensa delle reazioni che hanno sortito e continuano a suscitare?

Mauro Biglino: Capisco che i temi possono essere sconcertanti; so bene che non è facile affermare che nell’Antico Testamento non esiste il monoteismo, che Satana è una invenzione teologica, che il nome Jahwèh non significa Dio, che gli Elohim insieme con gli Anunnaki e i Nephilim rappresentano la stessa cosa, che gli esseri umani sono il frutto di ingegneria genetica, che i Cherubini siano in realtà da intendersi non come “grado delle gerarchie angeliche” bensì come “macchine volanti”, e così via...
Penso tuttavia che una persona dotata di fede “vera” non dovrebbe farsi scalfire da ciò che scrivo. Per l’uomo di fede infatti l’Intervento degli Elohim con tutto ciò che ha determinato potrebbe essere ricompreso nel disegno provvidenziale di  quel Dio nel quale crede; gli Elohim sarebbero anche essi figlio dello stesso Dio creatore; il loro agire sarebbe frutto della sua volontà e la Bibbia rimarrebbe comunque, pur con i contenuti così rivisti, il libro che Dio ha voluto per rivelare all’uomo la sua presenza nella storia.

Brunilda Ternova: Quale è secondo lei la novità più profonda dei suoi ultimi lavori a livello filologico, teologico e scientifico?

Mauro Biglino: Non saprei dare una risposta precisa indicando questo o quel contenuto, pertanto penso di potere segnalare come elemento innovativo l’intera visone di insieme che offre una immagine totalmente diversa della struttura biblica e dei suoi contenuti. Un quadro complessivo che si presenta come coerente nel suo evidenziare che gli autori biblici, con ogni probabilità, ci hanno voluto raccontato degli eventi precisi, una sorta di cronaca che è stato poi assorbita e distorta dal pensiero teologico. La vera novità sta proprio in questa nuova visione di quel testo che io provo a leggere e a presentare al lettore  come se fosse uno dei tanti testi di storia redatti dall’uomo e che, come tutti gli altri che possediamo, è stato scritto da autori che hanno naturalmente utilizzato le categorie culturali, concettuali e linguistiche del tempo in cui vivevano.

Brunilda Ternova: La distorta lettura tradizionale dei testi religiosi ha formato i contenuti psichici e gli archetipi del nostro inconscio collettivo e personale, fino a solidificarli. Qual è il cambiamento verso cui  dobbiamo aprirci come individui e come società umana?

Mauro Biglino: Mi rifaccio a quanti detto nella risposta precedente per precisare che il cambiamento consiste nell’acquisire l’apertura mentale necessaria ad approcciarsi a quel testo “sacro” in un modo nuovo, più libero, svincolato dai condizionamenti dei dogmatismo che da secoli ne condizionano la lettura e la comprensione. Si tratta insomma di avere la disponibilità a percorrere una via diversa e a seguire ipotesi alternative che prevedono la possibilità di studiare la Bibbia con la stessa mentalità con cui studiamo i testi “sacri” di altre religioni. Capisco che non è facile ma so altrettanto bene che è possibile: sono moltissimi oramai quelli che lo stanno facendo.

Brunilda Ternova: A livello personale e intimo come si è posto di fronte alle conseguenze delle idee che stanno emergendo dalla sua lettura?

Mauro Biglino: Penso  e spero che siano liberatorie perché sono fermamente convinto che quando l’uomo si pone delle domande e applica la categoria dell’analisi a tutto ciò che ascolta, compie un grande passo verso la conoscenza. La categoria del dubbio è fondamentale per ogni individuo dotato di ragione e va naturalmente applicata anche a ciò che io dico e scrivo perché io non sono un possessore di verità ma solo un individuo che studia e coltiva seriamente la sua profonda curiosità. Non a caso nei libri pubblico i versetti ebraici e le mie traduzioni: così facendo fornisco a tutti la possibilità di verificare (o far verificare) ciò che dico e soprattutto metto seriamente e volontariamente in discussione ogni mia ipotesi.

Brunilda Ternova: Ringraziandola per il tempo che ci ha dedicato e augurandole buon lavoro, le chiedo di quale tematica si occuperà nella sua prossima opera.

Mauro Biglino: Proseguo con l’analisi dell’Antico testamento.
Sono io che ringrazio Lei per l’attenzione prestata al mio lavoro e porgo un cordialissimo saluto ai lettori.

(23.12.2011)

giovedì 15 dicembre 2011

La mia morte - racconto di Lis Bukuroca

di Lis Bukuroca

(tradotto da Brunilda Ternova)

Al semaforo ho sentito una fitta al petto e poi un forte dolore. Le distanze delle frequenze respiratorie aumentarono diventando a tratti più profonde e a tratti più pacifiche. Il decentramento mentale a volte era più leggero e altre volte più pesante costringendomi a chiudere gli occhi. Gli ultimi cinque respiri – mentre inchinavo la testa sul volante - furono misteriosi. In quel momento decisi di chiudere i conti con il mondo intero. Al quarto respiro avevo perdonato i peccati a quelli che con intrighi e calunnie avevano impedito il mio cammino di vita. A tutti! La terza fu un po’ ritardata e la mia coscienza subì una vertiginosa e totale degradazione. Il cervello non stava funzionando in modo corretto e incominciai a vedere varie immagini a colori, arcobaleni, profeti, angeli e un scuro tunnel con una luce fosforescente alla fine. Tuttavia, sono riuscito a chiedere scusa anche alle mie vittime. Non avevo nel mio repertorio biografico nessuno, ma non si sa, forse qualcuno avevo inconsciamente e  inavvertitamente ferito. Nel secondo respiro, che ritardò ancor più del terzo, avevo pregato tutti i profeti, visto che sfilavano davanti ai miei occhi uno dopo l’altro. Meglio pregare tutti, mi sono detto, forse uno o l’altro si potrebbe sentire discriminato e mi creerebbe problemi di là. Poi non so cosa accadde. La luce si spense e mi sembrò che lo sguardo abbracciasse il cielo in pieno, completamente, fissamente incorporandolo.
Negli ultimi istanti provai anche una sensazione di gioia poiché finalmente avrei incontrato faccia a faccia la grande verità. In vita mi sorprendeva sempre l’orrore e la paura della gente a proposito della morte, anche se credevano nell’eternità. Perché ci sono tante buone promesse? Perché se lì è meglio di qui c’è questa profonda tristezza? Questo non riuscivo a capirlo.
La morte è una cosa comune, non è niente di nuovo è un fenomeno naturale e poi il Dio è buono e soprattutto imparziale, dicevo tra me e me. Avevo più paura delle divinità auto-proclamate che del vero Dio, di quello giusto ... La morte, però, non è né innovazione e neppure una stranezza. Nel futuro le morti come le nostre e con la nostra longevità saranno la vera stranezza. La pensa in questo modo anche il professor Aubrey de Grey dell’Università di Cambridge.
Durante la vita, nel subconscio, nell’alter ego ribelle, di tanto in tanto regna una convinzione che forse io, proprio io, non morirò mai. Forse io sono una eccezione, pensai, oppure verrà scoperto qualche farmaco miracoloso. Il professore Gray pensa che la vecchiaia può essere rimandata e l’uomo non morirà prima dei mille anni. Il metodo? Per mezzo della biotecnologia, le basi molecolari permettono al corpo di auto guarirsi. Però io non sono riuscito ad aspettare e mi sono rassegnato. Fortunatamente, sono fuggito. L’Anima volò via, mentre il corpo venne trattenuto e io rimasi quasi lo stesso, anche come Anima. Non ero più un insieme fisico e biologico ma ero una realizzazione trascendentale immateriale, fatta non di cellule ma da una divina pre-morfologia. Ero di nuovo un essere e stranamente vestito. I vestiti erano uguali a quelli comprati appositamente per la mia morte, ma anche quelli erano fatti da un pre-antimateria divina.
Il pronto soccorso inviò in ospedale il mio corpo. La mia compagna sconvolta informò alcune persone che tenevano a me. Anzi, contrariamente al nostro accordo, forse per il dolore o forse dalla confusione che si era venuta a creare, aveva informato anche qualche persona che non avrei voluto vedere nemmeno in vita figuriamoci in veste di spirito.
Avevo preparato il mio testamento pochi anni prima della mia morte e lo avevo modificato due volte: nel primo avevo specificato che volevo essere sepolto in modo elegante, sbarbato, in cravatta e con scarpe ben lucidate. I soldi per la bella bara lavorata in legno di ciliegio – in vita amavo le ciliegie - li avevo lasciati nell’armadio già pronti insieme ai vestiti. Ho lavorato tutta la vita, mi sono detto, e voglio essere sepolto in una cassa decorosa, anzi speravo di incontrare dall’altra parte delle persone di cultura e volevo - come albanese che ero - apparire esemplare, splendidamente vestito, con raffinatezza e orgoglio. Poi anche davanti al Signore, nella Corte Suprema, volevo apparire elegante e dignitoso.
Nel primo testamento avevo chiesto di avere nella barra con me il telecomando e il cellulare. Così se fosse stato necessario potevo inviare un messaggio oppure cambiare i canali TV alla mia compagna ogni volta che volevo per ricordarle il nostro amore. Forse pensavo che la mia morte non era completa, ma piuttosto parziale e che, può darsi, riuscivo ad eseguire alcune attività dal regno di Ade. Oltre all’oggettistica, nelle mie volontà avevo stilato espressamente di essere sepolto nelle tombe dei non fumatori. Ovviamente nel caso ci fossero, altrimenti il più lontano possibile dai fumatori. La sigaretta, in vita tanto amata, ora mi odiava altrettanto e nella stessa misura.
Ma dopo un po’ cambiai le volontà del mio testamento. Decisi di essere cremato. Le batterie del telecomando e del cellulare potevano consumarsi e non aveva senso averle con me. Andai nel mio Paese di nascita e comprai un vaso realizzato in argilla, in creta rossa di alta qualità patriottica. Era come quei piccoli vasetti dove si inseriscono le verdure in salamoia. Volevo essere come loro in salamoia perché dopo la morte anche io mi sarei trasformato e mi sarei conservato come le verdure e non mi sarei guastato mai più. Il vaso in terracotta mi dava la speranza che un giorno forse sarei tornato, come quando le verdure sono preparate e la gente domanda: Sono pronte le verdure in salamoia? Forse era questa la ragione per la quale avevo scelto quel recipiente in terracotta. Ma, certamente, in realtà la vera ragione non la sapevo. Tuttavia, il termine della scadenza era: mai! Cioè in qualche modo ero vivo e presente nel vaso. Addirittura, avevo chiesto di essere sepolto anonimo. La ragione, non la so proprio. Non avevo bisogno d’altro, pensavo mentre modificavo le mie volontà. Presi una busta di grandi dimensioni e la chiusi mostrandola alla mia compagna.
- Deve essere aperta in presenza di un notaio - le dissi. Lei annuì scuotendo la testa confusa ma non mi disse nulla. Forse pensava che dentro avrebbe trovato il conto corrente bancario segreto. Ma con l’eccezione dei miei desideri, dei ringraziamenti per l’amore e per i nostri capolavori, dentro non c’era nulla più di qualche debito non riscosso che gli avrei lasciato brutalmente in eredità come ricordo.

Era una giornata fredda e con moltissima neve. In giro si discuteva con grande preoccupazione riguardo la situazione del pianeta Terra: stavamo violentando il normale cammino dell’evoluzione mettendo in moto una nuova evoluzione e nessuno sapeva come sarebbe andata a finire, cosa avrebbe prodotto e cosa avrebbe distrutto. stava violando il progetto del professore Aubrey de Grey. Inoltre, gli specialisti della genetica erano stati in grado di constatare che da qualche parte i geni  avevano subito una mutazione nel codice e si supponeva che questo clima potesse influenzare la nascita di esseri umani senza occhi orecchie. Questo, però, non preoccupava nessuno poiché certe popolazioni non vedevano con gli occhi, e altre non ascoltavano neanche con le orecchie. Altri non vogliono vedere e neanche sentire al tempo stesso. Sono rimasti tali e quali per moltissimi secoli e così resteranno ancora per un bel po'.
Verso le ore quindici andai in città con la macchina e mentre aspettavo davanti al semaforo subii il primo attacco cardiaco. Riuscii a sentire solo le sirene delle auto dietro di me posando  il capo sul volante. Il pronto soccorso giunse velocemente, come dice il nome stesso. Mi stesero sul marciapiede e cercarono di farmi ritornare in vita. Ma io non avevo più voglia. E’ meglio andare via, dissi tra me e me. Il medico mi mise una maschera per la respirazione. L’Anima, che aveva preso in prestito il mio corpo, volò via e io osservavo la gente da fuori: le loro espressioni e il loro colorito provocato dalla mia situazione.
- È morto! - disse uno dei passanti facendo alcuni passi all’indietro dalla paura. Dopo di lui fecero lo stesso altre decine di persone. Il medico e l’infermiera alzarono la testa e le guardarono aggrottando le ciglia. Per la prima volta vidi che qualcuno aveva paura di me. Questa cosa non mi  piacque. Quando mi agitavo in vita nessuno aveva paura di me e io questo lo prendevo in considerazione come un grande successo. Solo in questo modo consentivo alle persone di essere oneste nei miei confronti e questo mi piaceva rendendomi orgoglioso. Ora, disteso sul marciapiede, terrorizzavo le persone. Che strano! Per un attimo, il mio corpo mi sembrò un’arma biochimica spaventosa. Mi misero in una barella e subito dopo l’ambulanza andò in fretta verso l’ospedale. La moltitudine dei passanti si disintegro.
Per la sepoltura nel placido cortile vennero molti volti sconosciuti ma vennero anche alcuni che non mi amavano. Non erano venuti per me ma per loro stessi, per fare la carità, per trarre dalla mia tragica tragedia qualche punto per il loro paradiso ideale. Per vincere dei punti da me che ero morto e per alleviare l’esperienza del dolore alla mia compagna. Per egoismo, pensai e mi misi a osservare la loro finta tristezza, i loro finti volti sconsolati con una risatina pressoché nascosta ma che in realtà non riuscivano a nascondere dai loro volti insolenti. Il discorso funebre fu tenuto da un amico. Parlava così bene di me che mi sorpresi di quanto ero stato buono e non lo sapessi. Il processionale mi osservò per un ultima volta e gli operai della sepoltura chiusero il coperchio della bara inviando il mio corpo nel forno, come avevo stipulato per iscritto.
Loro si allontanarono e io mi avviai verso il cielo. La mia Anima volava velocemente, più veloce rispetto alla stessa velocità della luce. Dopo sette minuti ​​terrestri attraversai la via lattea  e sull’estremità della nostra galassia, , all’uscita, notai un pianeta quasi simile alla Terra: era  bello e pieno di vita con molti esseri che lavoravano i campi. In quel pianeta gli esseri oltre alle mani possedevano anche le ali per volare. Il loro Dio aveva detto loro che dovevano lavorare i campi ed essere grandi credenti, così non facevano nient’altro che questo. Quel pianeta era un milione di anni più antico del pianeta Terra. Mi ero fermato un po’ nella sua orbita e non sapevo in quale direzione andare. Un ufficiale celeste mi si avvicinò e disse:
- Vai avanti! Qui è vietato sostare. Lo guardai infastidito e gli dissi:
- Non so quale direzione prendere, qui ci sono moltissime indicazioni. Erano enormi, sospese
nel cielo e creavano dei corridoi tra di loro. C’erano centinaia di corridoi e ognuno di loro aveva un proprio colore.
- Sei Europeo? - mi domandò.
- . - gli risposi.
- Da questa parte in questi primi cento corridoi e poi raggiungerà il Pianeta Tribunale. Dopo l’udienza principale e dopo esserti disinfettato dai delitti può andare in altri continenti, ma ti servirà un visto!
- Anche qui!? - ho quasi urlato dalla sorpresa.
- A causa del nuovo regolamento celeste, non mescoliamo più i popoli conservando così l’armonia perfetta. Perché ti chiami Naser?
- Non lo so. Forse perché mio nonno era nato nell’epoca di un altro Impero. Forse sperava che io diventassi presidente ...
- Lo sei diventato? - mi chiese seriamente il funzionario. Gli dissi allora che per diventare presidente un essere umano doveva essere un gran bugiardo, doveva possedere una enorme sfacciataggine e un gran culone autoadesivo alla poltrona ma io non possedevo queste qualità sovrumane.
- Hai fatto bene, i presidenti si sottomettono ad un esame speciale poiché loro non rispondono solo per se stessi ma anche per tutte le persone del loro paese, per ogni persona - mi disse e mi fece cenno con la mano di continuare il volo.
- Anche gli altri sono così seri come lei? - gli domandai. Sono arrivato con tanta gioia, ma qui ora ho paura.
- Non so, quelli sono altri reparti e io non mi intrometto nelle loro competenze, ma qui regna la giustizia assoluta, non temere - mi rispose molto seriamente di nuovo.
Non va per niente bene, pensai e mi pentii di essere morto. Volai oltre per altri sette minuti del tempo terrestre e atterrai nel Pianeta Tribunale. Tutto sembrava perfetto e in una armonia da mozzafiato. C’erano molte più meraviglie di quanto possano immaginare tutti gli abitanti della Terra. Mi sono trovato di fronte ad un magnifico palazzo con un anfiteatro grande quanto il Kosovo e dove c’erano migliaia di dipendenti con il computer davanti, mentre nel suo cortile atterravano interrottamente le Anime. Gli impiegati erano specializzati negli europei e nei loro reati. Lì si separava il bene dal male. Dopo pochi istanti, mi sono trovato anche io davanti ad un impiegato.
- Buoncielo! - lo salutai in albanese.
- Buoncielo! - mi rispose in albanese.
- Non sarà il Signore ad interrogarmi? - chiesi.
- Sulla Terra, è il giudice o il presidente a giudicare? - mi chiese. Lo osservai deluso ma non dissi nulla.
- Il Signore lo vedono solo le persone perfette e straordinarie o lo si vede quando inizia la morte dell’universo
- E quando inizia? - lo interrupi triste poiché mi avrebbe atteso anche una ulteriore morte.
- Mai! - mi rispose categoricamente.
- Uffaa - urlai liberato.
- Il Signore può essere visto, continuò lui, anche quando ci sono le riunioni universali. Se tu potrai vederlo oppure no questo non si sa ancora lo vedremmo dopo le tue analisi...
In quel momento ci transitò vicino un’impiegata bellissima, più bella della bellezza stessa: alta di statura, agile e con un portamento sconvolgente e orgoglioso.
- Quando possiamo fare sesso qui? - chiesi al funzionario.
- Quando desideri! Hai preso con te gli organi genitali? - mi chiese.
- No. - gli risposi. Non li avevo con me, erano rimasti di sotto.
- Qui non c'è né nascita e né morte, e di conseguenza non ci si accoppia. Qui esiste la vita senza confini. L’eternità. Il sesso serve all’evoluzione. Questa non è la Terra e non esiste l’evoluzione ma esiste la fine dell’evoluzione, la perfezione. Lì dove si mangia e si beve, esiste la nascita e la morte. Qui, no! La gente del tuo pianeta qui non viene divisa in generi, ma quasi tutti sono vestiti con l’aura divina. La tua professione? - aggiunse alzando la testa.
- Professore di lingue per le scuole secondarie, ma lavoravo come traduttore ...
- Sa fare qualcos’altro?
- Sì, lì scrivevo favole per i vivi...
- Tu eri quello che aveva inviato una lettera a Dio?
- Sì. - gli risposi.
- Appoggia la mano sul vetro!
Missi la mano lì dove mi indicò e sullo schermo apparvero la mia vita e le mie azioni.
- Allora, la pubblicasti poi la risposta di Dio? – mi domandò guardando sullo schermo.
- No. - dissi - Poteva deludere le persone che pensano di essere in coalizione con il Signore ...
- Di quale religione eri credente?
- Di tutte e di nessuna. Il più delle volte politeista e agnostico, qualche volta buddista, induista, taoista, poi deista universale e quando avevo dei problemi credevo in tutte e tre le religioni monoteistiche in virtù delle loro caratteristiche e così via dicendo ... dipendeva dalla necessità. Durante la pubertà credevo nella religione marxista e quando le cose mi andavano bene ero ateo e moralista. Non avevo tempo di pensare a Dio, così lo lasciavo in pace ad aiutare coloro che avevano bisogno più di me ...
- Come mai così tante conversioni?
- Non me ne bastava una. O mi mettevano dentro una cornice oppure non avevano nessuna risposta alle mie domande. Come essere umano amavo la libertà di pensiero e saltavo da un libro all’altro per permettermi di avere una chiara percezione.
- Perché politeista?
- Credevo che Dio avesse altri compiti, più importanti e urgenti, per esempio la costruzione di nuovi pianeti, l’allineamento e la ridistribuzione delle galassie. In modo da non occuparsi di me, avrebbe inviato al suo posto un altro Dio, un altro collega oppure altri colleghi. Pensavo che ogni galassia, le migliaia che avevamo scoperto, aveva il suo proprio Dio...
- Bene. - mi disse - Vieni con me. Hai creduto nell’esistenza del diavolo?
- Mai!
- Perché?
- Pensavo che il male non potesse sopravvivere a lungo. Dio non l’avrebbe sopportato. Avrei una domanda, per favore.
- Sì!
- Per quale ragione ho vissuto?
- Per imparare una professione.
- Eh!- tuonai io - Lavoro anche qui.
- Naturalmente. - disse il funzionario. Altrimenti, impazziresti dalla noia.
- Come ricompensate e come punite gli esseri qui?
 - Le persone qui sono suddivise sulla base del rispetto e dell’aiuto verso gli altri. Il rispetto e il sostegno. Nient’altro. La gente, quelli del tuo pianeta, è suddivisa in due gruppi. Il primo gruppo sono quelli che hanno rispettato l’essere umano aiutandolo ogni giorno. Essi sono inviati nel Paradiso, a pochi giorni di distanza da qui, dopo il processo principale. Le persone che non hanno rispettato gli esseri umani e non hanno aiutato ogni giorno, ma non hanno agito ingiustamente, nel Pre-Paradiso, un luogo per gli egocentrici ...
- E per coloro che hanno pregato al Signore? - lo interruppi.
- Dipende per chi hanno pregato. Se hanno pregato per loro stessi, cadono nel gruppo degli egoisti e degli egocentrici, trovando lì anche i santuari per pregare fino a correggersi ...
- Cosa succede con le persone malvagie?
- Per loro ci sono tre centri, tre processi in tre tribunali per i crimini gravi: il Purgatorio, l’Inferno e l’Inferno Principale. Puoi andare adesso. - facendomi segno con il dito in direzione della porta dove si elaborava il risultato finale delle analisi ...
- Ho ancora altre due domande per favore. Qual è l’azione che spedisce l’uomo direttamente presso le Corti Supreme dove non c’è salvezza? Un crimine che non si può perdonare suppongo.
- L’omicidio di un essere umano - disse il funzionario.
- E gli uomini che maltrattano le donne, quale punizione ricevono?
- Se non hanno fatto altri crimini ma solo hanno oppresso le loro donne non vengono puniti, solo subiscono il cambiamento del sesso e vengono inviati a sposarsi in un altro pianeta maschilista, non sulla Terra ... I migliori vengono inviati a lavorare in altre galassie, dipende delle conoscenza che portano con sé ...
- Buoncielo! - dissi ringraziandolo e inchinandomi.
- Buoncielo! - ripete lui in un albanese perfetto.

Sul petto sentivo una forte pressione. Poi un suono sottile, un biiiip. Ancora un’altra forte pressione e un altro biiippp. I medici si guardarono in faccia tra di loro e sorrisero.
- Ti abbiamo fatto ritornare in vita. - disse il medico mentre stavo aprendo lentamente gli occhi. Eri più di là che di qua.
- Di là non era per niente male. - gli dissi con rammarico e gli domandai per quanti mesi fossi rimasto in quello stato.
- Quasi mezz’ora ...Ti ricordi qualcosa? - mi chiese il medico.
- Sì, molte cose. Una volta in cielo e poi indietro. Fu una lunga traiettoria.
Loro si misero a sorridere e dopo pochi minuti uscirono dalla stanza. Una bella infermiera, come quella del Tribunale, entrò con alcuni farmaci in un piccolo contenitore in mano. Due settimane dopo le mie dimissioni dall’ospedale, stipulai il terzo testamento ...


venerdì 25 novembre 2011

Lacrime dal sottosuolo - racconto di Brunilda Ternova

“Dai, Gimi, prendi. Dai!” – continuava il padre mentre Agim stringeva il pugno sinistro e volgeva il viso altrove. Nello schermarsi simulava un candido senso di responsabilità che purtroppo in quella circostanza gli era di troppo e che nessuno lì dentro, né Drita, né il padre né egli stesso, riteneva più di tanto adatto alle circostanze.
 “Dai, ti serviranno per pagarti l’affitto,” – ripete insistentemente il padre mentre Agim barcollava intorno alla sedia sempre con le spalle contro il nemico, contro il “Dio” denaro. Alla fine, anche per scongiurare un prolungarsi di quell’imbarazzante minuto, si arrese e mentre con una mano si copriva il volto per non vedere quanti fossero, con l’altra li infilava nascondendoli alla buona dentro la borsa della moglie. Schifato andò in bagno a lavarsi le mani, e stava già piangendo. La mente scrutava ogni fotogramma di vita e non lasciava nulla, nessun pensiero sul passato, sul presente, sulla sua vita attuale, prima di averci pianto sopra. La testa gli ciondolava dal basso e metteva a fuoco sezioni della sua precedente vita dentro quelle mura, insieme al padre. La nuova messa a fuoco non faceva che esaltare il contrasto tra la sua straordinaria infelicità attuale e l’egoismo ignaro e beato dei suoi trascorsi anni universitari. Anni nei quali, in fondo, con il senno di adesso aveva solamente di che godere e felicitarsi.
12 ore al giorno, 5 giorni alla settimana, 4 euro e 30 centesimi ogni ora lavorata. Con questi numeri Agim si era trovato incastrato in un meccanismo dal quale meditava di liberarsene da tempo. Ma i numeri della crisi che si diffondevano erano ancora più foschi e non facevano sperare in una possibilità di scelta di qualcosa di meglio, di qualcosa di meno penalizzante sotto tutti gli aspetti. L’economia era ai ferri corti e il mondo finanziario, del quale da giovane rimase affascinato, si stava consumando pian piano, portandosi sotto il suolo tutti i suoi tecnici macellai e fedeli funzionari leccapiedi.
Tornato a casa, la moglie aprì il cancello automatico e Agim pensò in quel momento che era come tornare ai box. Avere trent’anni era come essere sempre in attesa di una ripartenza meno faticosa e drammatica della precedente. Ma l’attesa consumava il tempo e gli attimi preziosi di vita mantenendoti sempre ai box. Il cancello era verde, come sempre lo era stato, e rumorosamente lento nell’aprirsi. Il viaggio di ritorno era stato in silenzio. Molte altre volte aveva visto accendersi discussioni stanche tra lui e sua moglie, ma in quel ritorno c’era stata una strana armonia di silenzi. Il primo aveva pianto lacrime e con esse letto le pieghe del suolo e dell’asfalto, la seconda aveva scorto nei momenti di silenzio una certa disciplina universale in grado di redimere il chiasso inutile e soffocante di un’intera giornata. E il mondo avrebbe fatto schifo anche all’indomani, perciò godersi anche solo il silenzio diventava un atto di pietas verso se stessi.
Lui stava pensando che forse doveva servire a rispettare di più e più profondamente se stesso, anche a dispetto di quello che intorno a lui tendeva, e sempre lo avrebbe fatto, a disturbarne la placida quiete interiore. Ma il dubbio era che stesse in realtà commiserando la propria incapacità di essere felice e di risultare sereno agli altri, assumendosi una responsabilità che non esisteva: era come se per reazione all’impossibilità di vivere all’altezza delle proprie aspettative stesse compiangendo anche le migliori parti di sé; e migliori rispetto alla media degli altri esseri umani, felici compresi. In un mondo dove solo lui poteva sapere che volesse dire sentire pietà per lui stesso, dacché nessuno gliel’avrebbe più accordata per un po’, rimettere in circolo l’amore per la propria persona leniva a volte le ferite ma non le rimarginava mai.
La moglie amava Agim e Agim adorava lei. C’era un rapporto simbiotico, di mutua dipendenza rivolta alla vita, quando poteva non fermarsi alla sopravvivenza. E questo riempiva per quasi metà il boccale dell’anima frizzante di lui, denso e protetto da tutte le intemperie esterne, almeno finché lei non le subiva a sua volta. Da bravo simbionte, lui viveva delle felicità di lei e anche delle sue tristezze. Nel buio della stanza, accoccolandosi sulla pancia di sua moglie e per non farsi vedere da lei, si asciugava le lacrime cercando di limitarne la possibilità di fuoriuscita.
- “Drit… mi sento come un cane sciolto che ricorda quanto poteva e doveva stare meglio al riparo da tutti, nella casa del padrone,”- disse Agim poco prima di prendere sonno, in un ultimo estremo tentativo di sintesi della sua attuale complessità.
- “Ho sempre ammirato la disinvoltura dei cani sciolti” – sussurro lei – “ma essere un cane smarrito è la cosa più triste che possa succedere nella vita di un cane”.
Quella che non si abitava più, la casa del padrone, quasi fossero trascorsi già dei secoli faceva molta fatica a risorgere nitida alla memoria. Era legato genericamente alla bellezza della natura, ai suoi luoghi condensati in vaghe ma insistenti reminiscenze di una primitiva gioia infantile. Tale bellezza rimaneva sotto i suoi occhi, ma inafferrabile, tutte le volte che strilli e urla di gioia di bambini e adolescenti arrivavano al suo udito da sotto la sua finestra. Cosa ci fosse di nuovo, tale da meritare in qualche maniera di essere vissuto pienamente e tale da guadagnarsi ancora ogni singolo risveglio mattutino dopo l’età d’oro dell’infanzia e dell’adolescenza, rappresentava il rompicapo di ogni sua giornata. Lui non si era mai voluto arrendere allo stato delle cose, al fatto che la vita dovesse essere di sole rinunce, al fatto che il lavoro dovesse essere finalizzato al traguardo della fine del mese, al fatto che la famiglia e l’altruismo non contassero più un cazzo. Colto peraltro impreparato da questa assurda vita, non faceva che rimuginare sul fatto che fino a pochi anni prima nemmeno riteneva possibile cadere anche lui nella fatidica crisi del trentesimo anno.
I governi salvavano le bande dei banchieri dalla bancarotta, aumentando il nuovo grande debito del millennio per tutti. Passando di mano, dalle banche ai governi e dai governi di nuovo alle banche, quei soldi, non facevano che aggravare la sudditanza degli Stati nei confronti delle banche centrali private appesantendone i bilanci e peggiorandone rating e appetibilità sul mercato globale del debito. In questo amaro sistema si stava scavando nel baratro più profondo ad oltranza, e il mondo del lavoro era il primo a scivolare portandosi dietro ogni residuo di buona aspettativa. L’era della scienza, della tecnologia per tutti e dell’informazione distribuita capillarmente alla velocità della luce non bastava più all’ottimismo; la sua epoca stava dimostrando quanto fosse sfuggente il sistema economico moderno di fronte a determinate aspettative di benessere distribuito e pace sociale sotto determinate condizioni di stress finanziario.
Aveva maturato con gli anni e le esperienze una immagine nitida e caustica della vita. Ogni essere umano è un topolino tenuto costantemente d’occhio da un grande onnipotente gatto. Il gatto lascia che durante i primi anni di vita l’uomo abbia la sua illusoria sensazione di libertà e lo lascia libero di esplorare il mondo ben sapendo che tutto quello diventerà un giorno solo nostalgia, rimpianti, bei ricordi. Infatti, trascorsa l’adolescenza, il gatto per puro diletto inizierà a sgambettarlo, di tanto in tanto e del tutto inaspettatamente: questo topolino, così, inizierà a temere per la sua libertà e il suo futuro; invocherà dei e demoni, si scaglierà contro gli altri topolini per assicurarsi il rifugio più sicuro, cercherà ovunque una via di fuga definitiva, vivrà di stress e alla lunga riterrà questa condizione l’unica possibile. In alcuni casi, il gatto uccide accidentalmente il topolino. In molti altri, il topolino muore a seguito di una vita fatta di sgambetti, che sono accidenti, rinunce, lavoro forzato, vedendo infine il lasciarsi andare come l’unico possibile conforto oramai possibile. E così, il grande gatto, che non sente bisogni e non soffre la fame, che non desidera e non spera, che non progetta ma esegue, senza nemmeno volerne graffiare le pance fa però stremare tutti i topolini della Terra, quello prima e quello poi. E lo fa con assoluta indifferenza, o forse con un ghigno beffardo.
Agim sapeva che questi erano solo i primi sgambetti e che da allora la propria intera vita, l’ennesima, sarebbe stata costellata di tutti gli impedimenti immaginabili. La moglie, Drita,  insisteva però con l’idea che molti ce l’avevano fatta a seminare il grande gatto. In molti avevano usato un’astuzia in più della media dei topolini, andandosene in Paesi dove il grande gatto poteva meno, vuoi per una natura più ricca di risorse, vuoi per l’assenza di una vera e propria massa generica di topolini, piuttosto organizzati in piccoli gruppi efficienti e difficili da localizzare, voi per un antico e commovente senso di rispetto verso la comunità e verso il grande gatto.
Il grande gatto teneva d’occhio Agim e Drita, così come aveva fatto da prima e come avrebbe fatto con i loro figli. Se una ragione di vita dopo i trent’anni poteva risiedere nella famiglia e nei figli, bene, questo sentimento illuminante e totalizzante si oscurava al contatto razionale con i rischi che il grande gatto faceva incombere sulle nuove generazioni. I due non se la sentivano ancora di pianificare una discendenza, per quanto desiderata. E questo bruciava soprattutto dentro il cuore di sua moglie.
Fu durante la visione di un corteo di manifestanti, proprio sotto l’ufficio del terzo piano di un edificio in centro città, nel quale lavorava da ben quattro anni e mezzo, che Agim si sentì come risucchiare da un già traboccante senso di estraneità da quel mondo finanziario, da quel mondo lavorativo e da quella società di individui. Fu quel schiacciamento dell’orizzonte della umana comprensione e quel senso di tempo che si ferma drasticamente, senza futuro, che lo investirono durante quell’eterno instante. Fu così che lasciò il lavoro per unirsi al corteo, scese a manifestare e non poté trattenere le lacrime che fluivano ora per un forte desiderio di giustizia sociale, ora per la liberazione di tutte le energie positive represse e nascoste in quegli anni. E marciando convintamente al di là delle suggestioni ideologiche e nostalgiche degli organizzatori della manifestazione, trovava se stesso come individuo distinto dalla folla e dotato ancora di una creatività di pensiero da troppo tempo tarpata sotto i ripetitivi gesti di deferenza, di accondiscendenza al volere altrui e di auto-sabotaggio del proprio senso critico che il lavoro gli imponeva.
Accadrà ancora, magari in altre forme, che il tempo si fermerà ancora per migliaia di vite, centinaia di migliaia, complessivamente forse milioni o forse innumerabili. Poi tale manifestazione della medesima possibilità si accompagnerà, come è tipico, ad una immensa rabbia solo inizialmente esprimibile collettivamente e che finirà troppo presto col lasciare ciascuno accasciato nel proprio autistico senso di inadeguatezza.

giovedì 24 novembre 2011

L'entrevue avec le Dr Albert G. Areddu auteur du livre "Les Origines de la Civilisation Albanais en Sardaigne."

L'entrevue avec le Dr Albert G. Areddu auteur du livre "Les Origines de la Civilisation Albanais en Sardaigne."
Par Brunilda Ternova

Dr Albert G. Areddu est intéressé dans la discipline appelée «langue sarde" pour lequel il a publié des études logudorese étymologique. Apostilles et ajouté à la DEA (1996), et d'autres études gréco-italique Launeddas (2004). Il a publié sur philologie romane à Berkeley, et est recommandé par HJ Wolf sur l'Zeitschrift für Romanische Philologie (2002). Dans son dernier livre «Les origines des Albanais civilisations en Sardaigne", l'auteur poursuit ses recherches aux sources originales de la Sardaigne, et donc un état perspective paleoillirica comme la plus convaincante, basée sur de nombreux éléments de noms de lieux et les lexèmes différents, restée jusqu'à présent inexpliquée
Brunilda Ternova: Tout d'abord le Dr Areddu vous remercions de nous donner l'occasion d'interviewer, créant ainsi la possibilité pour les Albanais du lecteur (en Albanie et dans la diaspora) pour savoir que vous et votre travail scientifique.


Prof Albert G. Areddu: C'est moi qui vous remercie pour l'opportunité qui m'est donnée de parler de mon travail.

Brunilda Ternova: Le dur travail se distingue par son créateur, alors laissez-moi vous demander quelque chose à propos de Lei Qui est le Dr Alberto Areddu, où il était né et où il a grandi.?

Prof Albert G. Areddu: Je suis né à Gênes aux parents sarde, j'ai pris mon diplôme dans la ville ligure, puis je suis transféré à enseigner en Sardaigne, sont actuellement dans le rôle de l'école publique et d'enseigner au lycée.

Brunilda Ternova: Son livre "L'origine albanaise de la civilisation en Sardaigne» est un livre publié en 2007 et traite de sujets intéressants dans les domaines linguistique, ethnographique et historique. Pouvez-vous expliquer ce que signifie ce livre pour vous, qu'est-ce qui vous a incité à entreprendre une étude de ce genre et comment ces études ont été né et s'est développé au cours du temps?

Prof Albert G. Areddu: Eh bien, l'intérêt qui m'a toujours obtenu a été de trouver des explications sur ce que sont les origines des Sardes, qui, étant insulaires d'une ou plusieurs parties doit nécessairement venir, et jusqu'à présent avaient fait plusieurs hypothèses qui ont pris fin pour se supprime uns avec les autres. Depuis quelque temps je croise les recherches étymologiques sur le terrain, j'ai été intéressé par cela: la difficulté était de pouvoir fournir suffisamment de matériau pour soutenir une vie décente à partir du point de vue scientifique, cependant, ceux qui étaient à l'origine des intuitions simples.

Brunilda Ternova: Quelles sont les forces qui ne vous soutiennent votre théorie sur les origines de la civilisation illyrienne en Sardaigne? Et pourquoi d'autres chercheurs ont peur, pas peur de dire, pour traiter ces points de rencontre entre le peuple sarde dans l'histoire ancienne et l'Illyrie?


Prof Albert G. Areddu: C'est une question pertinente. Tout le monde sait que le sujet et dans la toponymie particulière antiquaristico-reconstructive en Sardaigne est contracté, on peut utiliser ce mot sans crainte, quelques savants, qui n'ont aucun intérêt à un non-universitaires peuvent dire des choses qui seraient contraires à leurs hypothèses précédentes ou élaborations. Alors il arriva que la seule revue (largement positif), si loin, est un non-sarde, connue balcanologo Emanuele Banfi, Université de Milan. Sinon, puis une raison pour les gens qui fait l'essai quelques intérêts: depuis plusieurs années il ya une rédaction actuelle sarde, qui a un intérêt dans le spectacle (plutôt que de le prouver) que les anciens Sémites ont été créateurs Paleosardi dans certains cas une civilisation extraordinaire, né près de abiogenetic ... puis ajouter que même les barons illustre université sont issus de ces hypothèses et lire des livres faciles écrit pour ce public a conduit, de sorte que beaucoup de gens pensent que dans les plages de Sardaigne Sardaigne sont descendu du fantôme (dont on ne sait pratiquement à zéro ), et donc il ya rien mais un lien Sardes Saisissez les Etrusques. Comme vous pouvez l'imaginer il ya un babylonienne ou une vie à répondre à toute inexactitude de ces savants Lydian, mais il est là. C'est clair que l'idée ici est de vendre les flacons d'espoir aux gens qui pensent qu'ils en ont besoin, au détriment de la recherche scientifique. Les Sardes, puis de les accuser, sans trop de lumière, l'amour de rouler (et être monté) des hypothèses fortes, qui sont capables de sublimer leur sens ancien d'une certaine infériorité (parce que le sentiment de n'être ni italien), et l'hypothèse-illyrien L'Albanie ne pas attirer les gens d'être la fille d'une minorité. Cependant, en lisant un article de magazine récemment, certains Sardes est bien sûr pour ne pas mentionner à me citer un certain lien avec le monde de la trace du monde paleosardo, cependant, ont vu cela comme liés à la Lydian fantôme zone. Les éléments qui corroborent assez forte ma thèse sont les suivants: l'emplacement de certains lexèmes dans les régions plus conservatrices de la Sardaigne, qui ne sont pas expliqués par le latin et le lieu peut être expliquée par l'albanais, roumain, certains éléments archaïques de balto-slaves , ou le petit (mais pas vraiment quelque chose) que nous connaissons des Illyriens et les Thraces, souvent dans des gloses et des preservatoci mots grecs. Il n'y a pas de données offertes par les sources grecques historiques qui tendent à caractériser l'arrivée d'éléments illyriens en Sardaigne, et non pas une invasion de peuples unis dans les béotiens (qui a parlé du vent) pour marquer un moment important dans la civilisation, puis être exercés personnes culturellement supérieure à celle des insulaires, en particulier dans l'agriculture et dans les types de culture.

Brunilda Ternova: Ce livre est la publication de son troisième auto-financé. Est-ce que semblent naturels et «droit» que ce genre de travaux scientifiques heurte à des difficultés tant pour être publiés et sont donc divulguées par la partie responsable de cela, ou les éditeurs?

Prof Albert G. Areddu: Je vais vous dire que ce n'est malheureusement une pratique plus courante qu'on ne le pense. Aujourd'hui ou un grand éditeur derrière vous, mais pense d'œuvres de plus de trois mille exemplaires au moins la base, ou sinon vous devez utiliser sur la demande de publication plus ou moins déguisée sous forme de publications officielles, pour lequel on travaille dans une hypothèse qui pourrait également être totalement faux, investir du temps et d'argent, à vos risques et périls. Ce que nous ne pouvons pas accepter, c'est que vous arrêtez de publier les gens qui partagent vos intérêts, ce qui est détestable et déshumanisant, mais il n'a pas même se plaindre trop de sens, car il persiste dans cette arrière attitude de silence, parce que les universitaires et les entreprises sont auto- alors si vous aussi permis de les critiquer dans l'essai pour vous, c'est fini.

Brunilda Ternova: Ses théories sont très révolutionnaire, avait un peu de peur que ses idées ont été critiquées par les milieux universitaires et scientifiques?

Prof Albert G. Areddu: Moins révolutionnaire que ce que vous pensez. L'idée d'un élément dans le fait de Sardaigne paleobalcanico n'est pas nouveau: le savant avant tout de la Sardaigne, l'Allemand Max Leopold Wagner avait le visage de 1933 dans un essai dans la revue Revue de Linguistique Romane (qui peut être téléchargé à partir du curieux site Gallica), puis, malheureusement, est tombé dans l'idée de ce qu'on appelle l'école italienne "Méditerranée", qui a vu une énorme présence du pré-indo-européens dans le bassin méditerranéen, et très peu d'éléments indo-européenne. Toutefois, je le répète, peut-être mes propos ont été critiqués, parce que cela signifierait «là» que je vous ai dit en deux ans, l'île de Sardaigne, n'est pas hors tout examen des journaux locaux, des stations de télévision, les magazines et paraccademiche académique, pour me montrer J'ai eu un site Web et d'écrire sur certains blogs. Journalistes (gardez à l'esprit que 90% d'entre eux ne savent pas non plus le grec ou le latin, sans parler albanais) écouter avec l'oreille volets qui disent que leurs référents universitaires, qui ont souvent plus d'un pied dans les maisons d'édition, en sociétés de distribution et de deux, ne possèdent pas les journaux qui sont publiés puissante. Il ya plus à ajouter?

Brunilda Ternova: Qu'est ce que cela représente pour vous ce que signifie la Sardaigne et la Sardaigne désormais être sous la lumière de ce lien Sardo-illyrien (albanais)?

Prof Albert G. Areddu: Cela signifie d'essayer de tracer un itinéraire qui a emporté les éléments de la civilisation dans le peuple l'âge du bronze qui étaient restés à l'arrière scène du néolithique. Il est probable que dans la région de Nuoro, mais les investigations génétiques sont encore au début, vous pouvez trouver un jour des noyaux de relation génétique avec les peuples des Balkans d'aujourd'hui: c'est pourquoi j'ai intitulé mon chapitre, paraphrasant Virgile: la recherche de «vieux père.

Brunilda Ternova: La présence de la diaspora albanaise en Italie est parmi les plus nombreux et parmi les constantes qui sont connus dans l'histoire, en commençant depuis les temps anciens jusqu'à aujourd'hui. Pensez-vous que cette relation afin d'aujourd'hui vieux, et la présence des Albanais sur le territoire, peut aider à créer un climat de fraternité mutuelle entre nos peuples et les échanges futurs entre nos chercheurs et de scientifiques?

Prof Albert G. Areddu: Il serait tout. Malheureusement, nous tombons dans une époque où en Italie et en Sardaigne, il y avait une réaction à la cour d'immigrants-tout, indépendamment de la qualité des individus, et tous pour des raisons de politique publique et de la crise économique actuelle. Penser en termes de vieux, une diaspora peut être entrevu dans ces "Peuples de la Mer" illyriennes qui comprennent le Shardana, qui, tel qu'interprété par les savants comme Schachermeyr et Bonfante, vous pensez qu'ils ont eu raison de matrice peuple illyrien, qui a poussé ont été renversés par la nécessité de le delta du Nil, alors chef de la Palestine: un grand nombre de données semblent assurer cette origine: la ville de Sarda (maintenant Shudah), et la tribu ou Sardeates Ardiei, la ville de Pelastae, à partir de laquelle l'etnonimo des Pelaestini ou Pélasges et d'autres choses.

Brunilda Ternova: Pensez-vous qu'il pourrait y avoir d'autres initiatives - et pas seulement des essais, des initiatives académiques, mais aussi - de mettre plus de lumière sur ces questions et éclaircir le mystère du passé de nos peuples?

Prof Albert G. Areddu: Certainement. Savants albanais qui devrait occuper le "Qu'est-ce sarde" pour voir si elles les identifier, le tronc commun de la civilisation et a espéré que ce serait tout autant, sinon l'universitaire, les curieux, les expérimentateurs raisonnable, les gens sans préjugés et avec rétro-éclairage du cerveau a pris soin de "Ce que l'albanais» parmi nous, peut-être étudier en détail leurs dialectes, les traditions et la toponymie. Malheureusement, nous actualisons un poids négatif: que nous sommes des peuples peu nombreux, et je ne sais pas combien en Albanie et en Sardaigne serait prêt à étudier ces rapports subtils

Brunilda Ternova: Quel serait votre message à l'albanaise lecteur, et quel sera le sujet de son prochain ouvrage?

Prof Albert G. Areddu: A Cultural mon souhait serait que vous développez aussi une miche aldifuori Albanie réévaluation des anciens Illyriens, comme cela s'est produit avec d'autres indo-européennes anciennes populations sont presque oubliés (pensons à la fortune du Celtic sagas). Mon espoir le désir scientifique de travailler à côté d'un papier dans lequel ils peuvent explorer certains aspects de la reconstruction historique et culturel laissé tranquillement dans les «Origines de la culture albanaise en Sardaigne,« ce n'est pas seulement des mots mais aussi les objets, les traditions, les relations, les symboles. Et maintenant, avec votre permission, je vous dire adieu, en utilisant le verbe typique de vos vœux: falem qui, selon le grand Çabej Eqrem vient du Chala latine, conservée en Sardaigne et dans le cours, que dans les deux îles est utilisé uniquement avec la valeur d'origine du «off»: falare. Alors à vous tous: faleminderit.

Brunilda Ternova: Merci de nous avoir laissé le Dr Areddu cette interview sympa!

Pour plus d'informations, s'il vous plaît visitez le blog personnel de l'auteur:



Pour contacter l'auteur: illirica@tiscali.it

domenica 6 novembre 2011

Familja Duka-Ёngjëlli

nga Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro
(përktheu nga italishtja në shqip Brunilda Ternova)

Bandiera di Battaglia della famiglia Ducas Angeli 
Ashtu si edhe shumë familje të tjera arbërore ajo e Duka Engjëllit ka origjinë iliro-bizantine. Historiani Straboni e përmend origjinën e kësaj familje në Librin e Shtatë të Gjeografisë (rreth vitit 40 para erës sonë) në të cilin përfshin edhe trungun e Enkelej Bakiadi (ita. Enchelli  de' Bacchiadi), princët e Kadmit dhe Harmonis, si njërin nga fiset më të shquar të Epirit gjatë periudhës në të cilën ishte në pushtet fisi i fuqishem ilir i Molosëve. Euridike - nëna e Filipit II të Maqedonisë (Filip Amyntas) dhe gjyshja e Aleksandrit të Maqedonisë - ishte e bija e Neoptolemit Enkelej Bakiadi (i transformuar më pas në Angeli-Bakro o Bakaros) dhe i përkiste kësaj familjeje. Por për të gjetur më shumë informacion të besueshëm është e nevojshme të bëjmë disa kërkime historike në shekullin e XIII.
Pas pushtimit latin të Konstandinopojës më 1204, prapaskena historike e principatave të njëpasnjëshme në Lindjen Bizantine paraqitet shumë e ndërlikuar: Baldovini - kont i Fiandres, ishte ndërkohë i pari Perandor latin i Kostandinopojës. Në vazhdim shumë Shtete vasale u formuan në “Greqi” ku ndër më të rëndësishmit kemi: Mbretërinë e Selanikut, Principatën e Akaisë, Principatën e Mores dhe Dukatin e Athinës. Ndërkohë Venecia kishte marrë qytetet më të rëndësishme detare të brigjeve greke dhe shqiptare, të tilla si Koroni, Methoni, Zante, Qefalonia, Durrësi dhe shumë të tjera, duke përvetësuar kështu të drejtën e dominimit të detit Adriatik dhe të detit Jon. Midis Peleoponezit verior dhe jugut të Shqipërisë, në atë kohë u krijua një zotërim me origjinë greko-shqiptare, i quajtur Despoti i Epirit, i pavarur nga organigrami i shteteve satelite të Kostandinopojës latine, duke kapur kulmin e shkëlqimit të tij me familjen e Ёngjëll-Duka, zotërinj të Angjelokastros (Angelocastro), qytet kështjellë në Etoli, ku ende edhe sot flitet gjuha shqipe.
Despotati pati një rëndësi të madhe në arenën politike midis Shqipërisë, Greqisë dhe Thesalise, falë Teodor Ёngjell Duka (ita. Teodoro Angelo Ducas), me në krye të cilin Shteti Epiriot arriti përhapjen më te madhe territoriale: pushtoi Thesalinë e më pas falë pushtimit të Selanikut u kurorëzua ‘Basileus i Romei-ve’. Përhapja e tij përfundoi me betejën e Klokotnika më 1230 e fituar nga bullgarët, të cilët e zunë rob Teodorin e me pas dhe e verbuan. Në 1231 në fronin Epirot u ngjit Mëhill Duka Ёngjëll Komeni II (ita. Michele Ducas Angeli Comneno), i cili vazhdoi politikën ekspansioniste të paraardhësve të tij. U lidh farefisnisht me Manfredin e II të Svevia, duke i dhënë për grua vajzën e tij Elenen, dhe me Princin Guliem VII Villehardouin të Akaisë, të cilit i dha për grua vajzën e tij të dytë, Anën. Të gjitha ambicjet e Mëhillit përfunduan në disfatën e Pellagonisë më 1259. Më pas mundi të rimarre sërisht Despotin e Epirit por me kusht që të njihte sovranitetin e perandorit bizantin Mëhilli VIII Palaeologu (ita. Michele VIII Paleologo). Despoti i fundit i Epirit ishte Thomai, i biri i Niceforit (1296 -1318). Pas pushtimit serb më 1348, Despoti u nda në midis  serbëve dhe shqiptarëve: serbët dominonin veriun e Epirit ku ishte guvernator Thoma Preljumbovic me kryeqytet Janinën; në jug të Epirit ishin formuiar dy Shtete, respektivisht nga shqiptarët Gjin Bue Shpata në Arte dhe Pjetër Losha në Angjelokastro.

Bibliografia:
Cronaca Gianiniota (Branusi ed. Atene 1965);
Cronaca di Morea ( anonimo pubbl. da Hopf- Berlino 1873).
http://www.facebook.com/profile.php?id=100002413267676&ref=tn_tinyman#!/notes/vincenzino-ducas-angeli-vaccaro/ducas-angeli-famiglia/235706459824442

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(versione in lingua italiana)

La familgia DUCAS ANGELI
di Vincenzino Ducas Angeli Vaccaro

Come  molte altre famiglie, quella dei Ducas Angeli , ha origini  illirico- bizantine. Lo storico romano Strabone ne ricorda le origini nel suo Libro Settimo di Geografia( 40 a.C. circa)  dove annovera la  stirpe degli Enchelli  de' Bacchiadi , signori d di Cadmo e di Armonia, come una delle tribù più in vista  d'Epiro durante il periodo , nel quale, troneggiava la potente tribù dei Molossi. La madre di Filippo d'Aminta, nonna di Alessandro il Macedone, Euridice,  filglia di  Neoptolemo Enchelli Bacchiade ( rotacizzato in Grecia, in seguito, Angeli-Bakro o Bakaros),apparteneva a questa famiglia. Per trovare notizie più certe è necesario risalire al XIII,  questo grazie allo sprono datomi dalla mia amica Brunilda Ternova, alla quale ripongo tutta la mia stima.
Dopo la conquista latina di Costantinopoli ( 1204) , intricato si presenta il  proscenio storico dei principati susseguitisi  nell'Oriente Bizantino: Baldovino, conte di Fiandra, fu il primo imperatore latino in Costantinopli; coneguentemente molti Stati vassalli vennero costituiti in Grecia, fra i più importanti vanno ricordati : il regno di Tessalonica, il Principato di Acaia, il principato di Morea , e il Ducato di Atene. Venezia occupò  le città marittime più importanti delle coste albanesi e greche, come Corone, Modone, Zante, Cefalonia, Durazzo ed altre ancora, arrogando, in tal modo, il predominio sull'Adriatico e sullo Jonio. Tra la Grecia settentrionale e l'Albania meridionale, in quel periodo sorse una Signoria di origine greco-albanese, denominato Despotato di Epiro, indipendente dall'organigramma degli stati satelliti della Costantinopoli latina, raggiungendo il massimo splendore con la famiglia degli Angeli-Ducas, signori di Angjellokastros ( Angelocastro) , paese fortezza,  in Etolia, ove si parla ancora la lingua albanese. Il Despotato ricoprì una grande importanza nello scacchiere politico tra l'Albania, La Grecia e laTessaglia, grazie  a Teodoro Angelo Ducas, con il quale lo stato epirota raggiunse  la massima estensione territoriale: riuscì a conquistare la Tessaglia e con la conquista di Tessalonica fu incoronato "Basileus dei Romei . La sua ascesa ebbe fine con la battaglia di Klokotnika (1230) vinta  dai Bulgari, dai quali ,Teodoro, venne fatto prigioniero ed in seguito accecato. Nel 1231 sul trono Epirota ascese Michele Ducas Angeli Comneno ( MicheleII), che proseguì la politica  espansionistica dei suoi predecessori; si legò in parentela con Manfredi II di Svevia, dandogli in moglie la figlia Elena e con il Principe di Acaia Guglielmo VII Villehardouin, a cui dette in moglie la secondogenita Anna. Tutte le ambizioni di MicheleII finirono con la sconfitta di Pelagonia ( 1259). Riusci a rimpadronirsi del Despotato, ma dovette riconoscere la sovranità dell'imperatore bizantino Michele VIII Paleologo. L'ultimo despota d'Epiro fu Tommaso, figlio di Niceforo ( 1296 1318). In seguito al'invasione serba ( 1348) il despotato venne diviso tra Serbi e Albanesi; nel sttentrione dominavano i Serbi, di cui governatore era  Tommaso Preljumbovic, con capitale Giannina; nel meridione si erano costituiti due stati retti rispettivamente dagli albanesi Gin Bua Spata in Arta e Pietro Losha in Angelocastro.

Bibliografia: Cronaca Gianiniota( Branusi ed. Atene 1965);
Cronaca di Morea ( anonimo pubbl. da Hopf- Berlino 1873).
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