venerdì 25 novembre 2011

Lacrime dal sottosuolo - racconto di Brunilda Ternova

“Dai, Gimi, prendi. Dai!” – continuava il padre mentre Agim stringeva il pugno sinistro e volgeva il viso altrove. Nello schermarsi simulava un candido senso di responsabilità che purtroppo in quella circostanza gli era di troppo e che nessuno lì dentro, né Drita, né il padre né egli stesso, riteneva più di tanto adatto alle circostanze.
 “Dai, ti serviranno per pagarti l’affitto,” – ripete insistentemente il padre mentre Agim barcollava intorno alla sedia sempre con le spalle contro il nemico, contro il “Dio” denaro. Alla fine, anche per scongiurare un prolungarsi di quell’imbarazzante minuto, si arrese e mentre con una mano si copriva il volto per non vedere quanti fossero, con l’altra li infilava nascondendoli alla buona dentro la borsa della moglie. Schifato andò in bagno a lavarsi le mani, e stava già piangendo. La mente scrutava ogni fotogramma di vita e non lasciava nulla, nessun pensiero sul passato, sul presente, sulla sua vita attuale, prima di averci pianto sopra. La testa gli ciondolava dal basso e metteva a fuoco sezioni della sua precedente vita dentro quelle mura, insieme al padre. La nuova messa a fuoco non faceva che esaltare il contrasto tra la sua straordinaria infelicità attuale e l’egoismo ignaro e beato dei suoi trascorsi anni universitari. Anni nei quali, in fondo, con il senno di adesso aveva solamente di che godere e felicitarsi.
12 ore al giorno, 5 giorni alla settimana, 4 euro e 30 centesimi ogni ora lavorata. Con questi numeri Agim si era trovato incastrato in un meccanismo dal quale meditava di liberarsene da tempo. Ma i numeri della crisi che si diffondevano erano ancora più foschi e non facevano sperare in una possibilità di scelta di qualcosa di meglio, di qualcosa di meno penalizzante sotto tutti gli aspetti. L’economia era ai ferri corti e il mondo finanziario, del quale da giovane rimase affascinato, si stava consumando pian piano, portandosi sotto il suolo tutti i suoi tecnici macellai e fedeli funzionari leccapiedi.
Tornato a casa, la moglie aprì il cancello automatico e Agim pensò in quel momento che era come tornare ai box. Avere trent’anni era come essere sempre in attesa di una ripartenza meno faticosa e drammatica della precedente. Ma l’attesa consumava il tempo e gli attimi preziosi di vita mantenendoti sempre ai box. Il cancello era verde, come sempre lo era stato, e rumorosamente lento nell’aprirsi. Il viaggio di ritorno era stato in silenzio. Molte altre volte aveva visto accendersi discussioni stanche tra lui e sua moglie, ma in quel ritorno c’era stata una strana armonia di silenzi. Il primo aveva pianto lacrime e con esse letto le pieghe del suolo e dell’asfalto, la seconda aveva scorto nei momenti di silenzio una certa disciplina universale in grado di redimere il chiasso inutile e soffocante di un’intera giornata. E il mondo avrebbe fatto schifo anche all’indomani, perciò godersi anche solo il silenzio diventava un atto di pietas verso se stessi.
Lui stava pensando che forse doveva servire a rispettare di più e più profondamente se stesso, anche a dispetto di quello che intorno a lui tendeva, e sempre lo avrebbe fatto, a disturbarne la placida quiete interiore. Ma il dubbio era che stesse in realtà commiserando la propria incapacità di essere felice e di risultare sereno agli altri, assumendosi una responsabilità che non esisteva: era come se per reazione all’impossibilità di vivere all’altezza delle proprie aspettative stesse compiangendo anche le migliori parti di sé; e migliori rispetto alla media degli altri esseri umani, felici compresi. In un mondo dove solo lui poteva sapere che volesse dire sentire pietà per lui stesso, dacché nessuno gliel’avrebbe più accordata per un po’, rimettere in circolo l’amore per la propria persona leniva a volte le ferite ma non le rimarginava mai.
La moglie amava Agim e Agim adorava lei. C’era un rapporto simbiotico, di mutua dipendenza rivolta alla vita, quando poteva non fermarsi alla sopravvivenza. E questo riempiva per quasi metà il boccale dell’anima frizzante di lui, denso e protetto da tutte le intemperie esterne, almeno finché lei non le subiva a sua volta. Da bravo simbionte, lui viveva delle felicità di lei e anche delle sue tristezze. Nel buio della stanza, accoccolandosi sulla pancia di sua moglie e per non farsi vedere da lei, si asciugava le lacrime cercando di limitarne la possibilità di fuoriuscita.
- “Drit… mi sento come un cane sciolto che ricorda quanto poteva e doveva stare meglio al riparo da tutti, nella casa del padrone,”- disse Agim poco prima di prendere sonno, in un ultimo estremo tentativo di sintesi della sua attuale complessità.
- “Ho sempre ammirato la disinvoltura dei cani sciolti” – sussurro lei – “ma essere un cane smarrito è la cosa più triste che possa succedere nella vita di un cane”.
Quella che non si abitava più, la casa del padrone, quasi fossero trascorsi già dei secoli faceva molta fatica a risorgere nitida alla memoria. Era legato genericamente alla bellezza della natura, ai suoi luoghi condensati in vaghe ma insistenti reminiscenze di una primitiva gioia infantile. Tale bellezza rimaneva sotto i suoi occhi, ma inafferrabile, tutte le volte che strilli e urla di gioia di bambini e adolescenti arrivavano al suo udito da sotto la sua finestra. Cosa ci fosse di nuovo, tale da meritare in qualche maniera di essere vissuto pienamente e tale da guadagnarsi ancora ogni singolo risveglio mattutino dopo l’età d’oro dell’infanzia e dell’adolescenza, rappresentava il rompicapo di ogni sua giornata. Lui non si era mai voluto arrendere allo stato delle cose, al fatto che la vita dovesse essere di sole rinunce, al fatto che il lavoro dovesse essere finalizzato al traguardo della fine del mese, al fatto che la famiglia e l’altruismo non contassero più un cazzo. Colto peraltro impreparato da questa assurda vita, non faceva che rimuginare sul fatto che fino a pochi anni prima nemmeno riteneva possibile cadere anche lui nella fatidica crisi del trentesimo anno.
I governi salvavano le bande dei banchieri dalla bancarotta, aumentando il nuovo grande debito del millennio per tutti. Passando di mano, dalle banche ai governi e dai governi di nuovo alle banche, quei soldi, non facevano che aggravare la sudditanza degli Stati nei confronti delle banche centrali private appesantendone i bilanci e peggiorandone rating e appetibilità sul mercato globale del debito. In questo amaro sistema si stava scavando nel baratro più profondo ad oltranza, e il mondo del lavoro era il primo a scivolare portandosi dietro ogni residuo di buona aspettativa. L’era della scienza, della tecnologia per tutti e dell’informazione distribuita capillarmente alla velocità della luce non bastava più all’ottimismo; la sua epoca stava dimostrando quanto fosse sfuggente il sistema economico moderno di fronte a determinate aspettative di benessere distribuito e pace sociale sotto determinate condizioni di stress finanziario.
Aveva maturato con gli anni e le esperienze una immagine nitida e caustica della vita. Ogni essere umano è un topolino tenuto costantemente d’occhio da un grande onnipotente gatto. Il gatto lascia che durante i primi anni di vita l’uomo abbia la sua illusoria sensazione di libertà e lo lascia libero di esplorare il mondo ben sapendo che tutto quello diventerà un giorno solo nostalgia, rimpianti, bei ricordi. Infatti, trascorsa l’adolescenza, il gatto per puro diletto inizierà a sgambettarlo, di tanto in tanto e del tutto inaspettatamente: questo topolino, così, inizierà a temere per la sua libertà e il suo futuro; invocherà dei e demoni, si scaglierà contro gli altri topolini per assicurarsi il rifugio più sicuro, cercherà ovunque una via di fuga definitiva, vivrà di stress e alla lunga riterrà questa condizione l’unica possibile. In alcuni casi, il gatto uccide accidentalmente il topolino. In molti altri, il topolino muore a seguito di una vita fatta di sgambetti, che sono accidenti, rinunce, lavoro forzato, vedendo infine il lasciarsi andare come l’unico possibile conforto oramai possibile. E così, il grande gatto, che non sente bisogni e non soffre la fame, che non desidera e non spera, che non progetta ma esegue, senza nemmeno volerne graffiare le pance fa però stremare tutti i topolini della Terra, quello prima e quello poi. E lo fa con assoluta indifferenza, o forse con un ghigno beffardo.
Agim sapeva che questi erano solo i primi sgambetti e che da allora la propria intera vita, l’ennesima, sarebbe stata costellata di tutti gli impedimenti immaginabili. La moglie, Drita,  insisteva però con l’idea che molti ce l’avevano fatta a seminare il grande gatto. In molti avevano usato un’astuzia in più della media dei topolini, andandosene in Paesi dove il grande gatto poteva meno, vuoi per una natura più ricca di risorse, vuoi per l’assenza di una vera e propria massa generica di topolini, piuttosto organizzati in piccoli gruppi efficienti e difficili da localizzare, voi per un antico e commovente senso di rispetto verso la comunità e verso il grande gatto.
Il grande gatto teneva d’occhio Agim e Drita, così come aveva fatto da prima e come avrebbe fatto con i loro figli. Se una ragione di vita dopo i trent’anni poteva risiedere nella famiglia e nei figli, bene, questo sentimento illuminante e totalizzante si oscurava al contatto razionale con i rischi che il grande gatto faceva incombere sulle nuove generazioni. I due non se la sentivano ancora di pianificare una discendenza, per quanto desiderata. E questo bruciava soprattutto dentro il cuore di sua moglie.
Fu durante la visione di un corteo di manifestanti, proprio sotto l’ufficio del terzo piano di un edificio in centro città, nel quale lavorava da ben quattro anni e mezzo, che Agim si sentì come risucchiare da un già traboccante senso di estraneità da quel mondo finanziario, da quel mondo lavorativo e da quella società di individui. Fu quel schiacciamento dell’orizzonte della umana comprensione e quel senso di tempo che si ferma drasticamente, senza futuro, che lo investirono durante quell’eterno instante. Fu così che lasciò il lavoro per unirsi al corteo, scese a manifestare e non poté trattenere le lacrime che fluivano ora per un forte desiderio di giustizia sociale, ora per la liberazione di tutte le energie positive represse e nascoste in quegli anni. E marciando convintamente al di là delle suggestioni ideologiche e nostalgiche degli organizzatori della manifestazione, trovava se stesso come individuo distinto dalla folla e dotato ancora di una creatività di pensiero da troppo tempo tarpata sotto i ripetitivi gesti di deferenza, di accondiscendenza al volere altrui e di auto-sabotaggio del proprio senso critico che il lavoro gli imponeva.
Accadrà ancora, magari in altre forme, che il tempo si fermerà ancora per migliaia di vite, centinaia di migliaia, complessivamente forse milioni o forse innumerabili. Poi tale manifestazione della medesima possibilità si accompagnerà, come è tipico, ad una immensa rabbia solo inizialmente esprimibile collettivamente e che finirà troppo presto col lasciare ciascuno accasciato nel proprio autistico senso di inadeguatezza.

2 commenti:

  1. Ciao Brunilda, ho letto questo tuo racconto bello e complesso, perché c'è la dura pesantezza delle condizioni materiali e il sottile filo di approccio direi quasi filosofico e sentimentale che porta poi il protagonista alla azione simbolica in qualche modo rinnovatrice.
    Una curiosità: ma tu scrivi direttamente in italiano?
    A presto, Elvio

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  2. Caro Elvio,
    ti ringrazio delle tue osservazioni che come sai sono ben accettate.
    Ho intrapreso da qualche anno il "vizio" di scrivere in italiano :-))... Tempo fa scrivevo di più in lingua albanese visto che l'italiano non lo conoscevo abbastanza bene.
    Un abbraccio, Brunilda.

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